Silenzio, resto una signora

Non credevo accadesse davvero, non con questa potenza quantomeno, anche se le previsioni meteo lo annunciavano, “caldo a iosa dicevano”, a partire da Ferragosto più o memo, il giorno non era preciso, ma il periodo sì, i toni al solito erano al limite del dramma umano, mentre io sorridevo, mica è possibile mi ripetevo, in questo periodo no che non accade, le giornate si stanno facendo più corte perché si incamminano verso settembre ribadivo con sicurezza. In quest’estate dal clima un po’ fuori norma i tg non avevano ancora messo in campo i servizi pronti da maggio, ridicevo, quelli costruiti e già preparati, cose del tipo che col caldo c’è necessità di bere almeno tre litri di acqua al giorno, mangiare tanta frutta e verdura e non uscire di casa durante la controra e via sulla strada che, da giornalista dei miei stivali quale sono, non avevo ancora ritrovato malgrado da sempre l’informazione estiva si regga così, su quei temi che inquadrano spiagge colme, bimbi che sguazzano tra le onde, teste bagnate sotto le fontane delle città d’arte, code chilometriche ai caselli autostradali e avanti sul tema. Mi concentravo invece attorno all’idea che giunti a questa data certi caratteri fossero ormai dietro alla schiena. Sbagliavo, eccome se lo facevo, tradita dalla certezza che queste giornate che, mamma mia se pesano, non potessero più farsi norma e quindi evitare di attorcigliarsi attorno alla mia sclerosi multipla che di caldo si nutre per le sue pericolose ripicche. Fatemi tacere, diventerei volgare e non mi va.

Potente gioventù

Qualche anno fa, nella palazzina dove abito,  ha preso casa una famiglia che scende a Jesolo solo per trascorrere periodi di vacanza estiva, quando è arrivata i figli erano perlopiù ragazzini, ora qualcuno di loro è cresciuto da essere oggi molto più che adolescente e in questi giorni ferragostani è qui, senza genitori, accompagnato da alcuni amici con i quali sta occupando l’appartamento di mamma e papà. Sono rumorosi, pieni di idee mi sembra, pure di risate grasse e rumorose che dimostrano abbondante voglia di splendere, buttandosi dentro i movimenti più energici della loro beata gioventù. Ovviamente la mattina fanno grandi e silenziose ronfante, dal primo pomeriggio in poi cominciano ad animarsi pranzando in terrazza tra risate e racconti rumorosi, fino a quando decidono altro, scompaiono dalla mia vista e dalle mie orecchie, credo si muovano verso la spiaggia, sotto al sole cocente del primo pomeriggio che dà significato al resto di quello che accadrà loro. Appena rientrano il silenzio scompare, mettono in moto musica che non conosco, segnale che mi disturba, posso essere tanto vecchia da non cogliere le note in linea coi gusti di un ventenne? Ebbene sì. Continuano così fino a tarda, tardissima notte, l’ora in cui penso escano a caccia dei ritmi trionfanti della bella vita jesolana. Quando ritornano sono io però che non li sento, evidente, a quell’ora dormo di profondo incollata al mio letto di cinquantenne che non ha niente da ridire sulla loro rumorosa bella vita di ventenni, solo una solenne invidia, ragazzi. Perciò vi auguro il meglio che c’è, da stasera fino a data da destinarsi.

IIIC che eri e che sei

Ieri sera c’è stato un ritorno al passato, quella cena coi protagonisti della mia IIIC a cui davo buca da prima del Covid, passando attraverso ogni cosa è successa dopo, la scomparsa di papà soprattutto. C’era Donatella, spalla destra del mio banco di prima fila, che il suo brio e la chiacchiera brillante, vivace, dinamica non l’ha di certo persa, con Giorgio, suo marito, diventato amico anche lui con cui amo dividere parole e pensieri, c’era Enrico sostegno di tanti ricordi liceali così come di voci importanti, opinioni mai dome, attive e intelligenti di oggi e con lui la moglie Ilaria, dolce ed educata nelle maniere e nei pensieri, il loro figlio Pietro, ragazzo quasi maggiorenne – tanto per dire quanto siamo invecchiati noi – bello, dall’aria razionale, sicuramente garbata. Ma poi anche Federica amica mia di sempre, col marito Adriano potente supporto, tra le altre cose, di molti miei giorni scuri, la giovane e ben cresciuta Beatrice e poi Gloria sempre da me e per me quando serve, quest’ultimi in IIIC non c’erano, li abbiamo adottati e con entusiasmo, con le loro voci e i volti di peso. Posso dirla tutta? Mi è mancata Marina, lei lo sa perché, la prossima volta la trascino al tavolo, lei che in IIIC c’era e che è ancora qui, vicina a me, sempre e per sempre. lo so io, lo sa lei. Insomma, una bella serata, di chiacchiere e pensieri, la matematica non sarà mai il mio mestiere. Ne avevo bisogno? Credo di sì, anche se ero stanchissima, massacrata da un dolore a una spalla che non so da dove arrivi, se è uno stiramento risultato di un movimento sbagliato, un colpo d’aria mal subito oppure, maledizione a lei, dalla sclerosi multipla che fa buongiorno in questo modo inedito. Ma lascio il passo, mi muovo altrove col pensiero, facciamo così, oggi ho preferito ordinare il libro che ieri sera mi ha consigliato Enrico, Rosa Montero, La pazza casa, con postfazione di Mario Vargas Llosa. Non mi sembra poco.

Dal Giubileo 2025 in poi

Ci si può commuovere guardando le immagini di un milione di ragazzi che partecipano a Roma al Giubileo dei giovani? Sì. Lì, radunati in preghiera davanti al Papa erano bellissimi e felici, così li ho intesi io, pronti anche per stringere amicizie tra loro, cantare, ballare e travolgere tutto l’insieme con entusiasmo, dalla bellezza dei loro cuori leggeri che ho sentito soprattutto aperti, sulla linea di una riconoscibile sincerità pronta a comporre passi avanti rispetto al ritratto che noi adulti facciamo di loro. Sono questi i giovani a cui voglio credere, mi piacciono così, ma fanno meno figura di tutti quelli che racconta la cronaca, quelli che vanno a scuola col coltello per lanciare minacce all’altro, che sembrano uscire dalla strada maestra dall’educazione e della civiltà, quella che invece ho visto, pure con una lacrima di commozione e approvazione, a Roma pochi giorni fa. Ma alla fine mi sono chiesta quale sia la strada autentica dei nostri ragazzi, credo stia a metà sono arrivata a dirmi, non tutta composta dentro quella bolgia infernale che noi aduti descriviamo cosi come non solo quel ritratto disegnato a Roma. Giovani, in linea con temi moderati, quindi, quelli che non fanno troppo rumore, né in un senso, neanche nell’altro, capaci di vivere fino in fondo la loro bella giovinezza orientandosi tra il magnifico che si compone davanti agli occhi e nello stesso tempo allottandosi dalle tante tentazioni che fanno cucù dietro l’angolo. E io a quell’età? Attenzione prego, lo dichiaro, so per certo che al Giubileo romano non avrei partecipato, che l’insieme mi avrebbe fatta anzi sorridere con il sopracciglio alzato dal diniego, brusio di negazione pure, probabile opposizione di superiorità, ma il coltello in tasca certo che no che non l’avrei avuto, mi sarei ferita piuttosto per strapparlo di mano all’aggressore verso il più debole. E io voglio vedere così anche i ragazzi di oggi, quel milione al Giubileo, come quella altrettanto forte quantità che non era lì rimasta a casa ma con la tasca libera dal coltello.

Vorrei che il peggio fosse questo

La stampa italiana fa così, per qualche settimana si attacca allo stesso ramo di informazione e lo replica cercando, credo, di farne un caso da sfruttare all’eccesso, in questo modo gli apre tutte le porte per poi chiuderle all’improvviso senza curarsene più, è arrivato altro di cui discutere. Morte assistita per l’inizio di agosto, tocca a questo argomento, due casi, a pochi giorni di distanza. Ho schivato in fretta le pagine dei quotidiani che ne parlavano, solo una lettura rapida, disinteressata quasi, di certo inquieta; ho seguito con finta freddezza i servizi dei tg che ne ribadivano i motivi, occhi bassi i miei, per non vedere, per non sentire, per non farmi trascinare dentro l’incubo che prendeva forma. Sclerosi Multipla, due donne sulla mia età hanno scelto la strada dell’addio autonomo alla vita piuttosto che convivere con Lei. Non ipotizzavo che Sua Maestà potesse fare tanto male, o forse sì, chi lo può dire cosa mi passa per la testa quando vedo lei domani accanto a me, quale aspetto le ho dato, in che specchio mi vedo riflessa nel futuro, se so davvero tutto quello che lei potrebbe disegnarmi addosso, se ho capito qual è il colore che impiegherà su di me. Conosco i vari scritti che fino a ora ho visto in diretta: dalla diagnosi, certa e sicura, compresi tutti i successivi punti di domanda che mi ha piantato a fuoco dentro, pure quelle lacrime che ha fatto scendere fin da subito anche se quasi vuote di significato perché no che non sapevo i tanti passaggi lenti e malfermi nei quali stavo entrando, come i tanti e numerosi esami fatti e da fare inseguendo esiti vigliacchi, le richieste di silenzio verso gli altri seppure amici – per paura? per vergogna? -, momenti che le ho concesso per impossibilità di fermarla, tentativi, ma nemmeno tanti, di dirle basta, fai un passo indietro lasciami in pace, fino a lei, la due ruote fin troppo temuta e odiata sulla quale però mi sono seduta e accomodata anche troppo bene. E ora questa notizia, morte assistita, via di fuga spaventosa e totale dalla sclerosi multipla, che però ho letto, ascoltato con un solo orecchio teso, l’altro quasi coperto, e dentro una tensione vibrante che mi ha gelata con la durezza di uno schiaffo ricevuto credo senza merito. Io che pensavo che il peggio fosse già arrivato.

Eccelso Celso…

…lo ha detto Vasco Rossi, ieri, saputa la notizia della morte di Celso Valli, autore di primo livello della musica italiana, penna inimitabile, artista, compositore, produttore, mano certa di quella canzone che dagli anni Ottanta in poi ha accompagnato molto di quanto ho voluto ascoltare io. Ché proprio nella musica italiana ho scelto di buttarmici dentro fin da piccolina, per autentico piacere e preferenza; non mancava il cantautorato di valore in casa, lo potevo ascoltare tra i 33giri più maturi di mio fratello, ma c’era anche la radio, le frequenze FM che nascevano proprio allora, era lì accanto dove sedevo, spesso a terra, svoltando tra i tasti e le manopole, in cerca di quanto preferivo sentire. E il genio e il talento di Celso Valli era ben presente, lo ricordo, lo trovavo tra le note di Eros Ramazzotti che grazie a lui aveva vinto Sanremo vestendosi del primo successo che da lì in poi lo ha preso per mano verso le ottime certezze successive. Fino a emozionarmi fuori dai limiti quando mi ha messa davanti al Claudio Baglioni di quella sua opera superiore de La vita è adesso. Eccelso Celso, quello che se pure oggi ascolto anche solo in velocità comunque mi fermo, tornando indietro di decenni per sentirmi fremere di una gioia pulita e giovane. Con la luce che mi si spalanca dentro se penso al suo lavoro proprio con Vasco Rossi visto che hanno messo insieme titoli prepotenti come Senza parole o Sally, proprio quelli che sanno ricoprirmi di palpiti gelati ogni volta che parte una qualche e qualunque nota. E questa è solo una parte, potrei andare avanti per un bel po’, perché ha ragione Vasco: Eccelso Celso.

Tanti auguri Fabiana, tanti auguri Mattia

Mi sono dimenticata di augurare buon compleanno alla mia cara amica Fabiana, a suo nipote Mattia, figlio di Romina, sua sorella, entrambe colonne portanti del mio circolo di cameratismo, pilastri e anime di amore e affetto a cui so di potermi poggiare ogni volta senta di averne necessità. Capito l’errore, il danno compiuto, la rovina, la caduta greve che mai avrei dovuto portare a capo e che tanto mi ha tormentata una volta resami conto dello sbaglio fatto malgrado le rassicurazioni ricevute da entrambe e che ho sentito sincere? Ma il mio ko tecnico, privo di giustificazioni mi si è incollato addosso per il fastidio che ha soffiato contro di me. Torno indietro con la memoria anche, con Romina e Fabiana ho lavorato a lungo imparando da loro molte cose, pure sui compleanni, sull’importanza degli auguri da fare, il valore di ricordarsene sempre per esempio, e per tempo, mica a caso e mica senza dargli un corretto significato. Agli amici più cari gli auguri si fanno sempre e con largo anticipo, me lo hanno insegnato proprio loro, e infatti le vedevo spesso la mattina cincischiare col telefono mentre inviavamo wapp. Anche se quella che vedevo era la seconda puntata del loro impegno, per i veri affetti gli auguri erano partiti già prima, non di mattina alle 9.00, sia mai, vedi infatti che quelli indirizzati a me sono sempre arrivati pochi minuti dopo la mezzanotte. E grazie amiche mie. Romina poi la prendevo sempre in giro, lei conosce la data di compleanno di attori, cantanti, presentatori tv, vallette e tanti altri, quando eravamo piccole infatti c’era un giornale che presentava i vip dello spettacolo e accanto ci metteva anche la loro data di nascita, la sua imbattibile memoria aveva registrato tutto, un vero genio il suo. Glielo dicevo sempre tra quelle scrivanie “Guarda che ti iscrivo a una qualche trasmissione tv di quelle che scovano attitudini come la tua, tu vinci la pecunia poi ce la dividiamo, io faccio da agente, tu da mia pedina vincente”. Fabiana, Romina, Mattia scusatemi all’infinito.

Quei due libri in più che servono sempre

Credo che le prove per l’esame di maturità siano ormai terminate per tutti, forza ragazzi è passato anche questo scoglio, anche se ho letto a piene mani che molti di voi hanno rifiutato di sostenere l’orale portando avanti giustificazioni tali da farvi sfuggire al colloquio diretto e conclusivo davanti alla commissione forse perché, fatti due conti autonomi, il punteggio per raggiungere il voto finale e positivo lo avevate già raggiunto. Troppo stress avete detto, e pure inutile, addirittura superfluo, i vostri calcoli sui punteggi ottenuti con le prove scritte mettevano in chiaro che in cassetto c’erano i titoli sufficienti per andare verso la promozione senza fare l’orale quindi via, tanti saluti e grazie, forza usciamo dalla classe, ci sono mamma e papà già alla porta ad accogliere noi ragazze con un mazzo di fiori in mano, noi ragazzi con un qualche omaggio, loro emozionati e pronti a stringerci a braccia aperte, orale fatto o meno, già in posa per un selfie e via che si va pranzo insieme in ricordo di una giornata che non tornerà più. E che infatti non tornerà più. Proprio vero. Come scelta per il vostro mancato orale avete messo in conto molte opzioni da sembrare addirittura valide, eppure io quasi tutte non le ho capite, forse perché sono lontana dal mondo della scuola da troppe epoche, aggiungo comunque che più di voi lo conosco il mondo, il suo movimento, cosa produce in termini di fatica, impegni, calcoli da sostenere, tensioni, stanchezze, crolli emotivi che necessitano preparazione autentica e voglia di farcela per darle la spinta sicura verso il risultato più certo. Anche il più pesante, soprattutto il più pesante, c’è da aggiungere. Ed è per questo che la scuola è un supporto necessario, coi suoi inevitabili limiti.

Un posto al sole

Ieri sera, finita la cena, guardato il tg, già in pigiama, pronta per passare sul divano, ho cercato un po’ in giro tra i canali della tv per orientarmi col telecomando in mano e per vedere come avrei potuto passare la serata. Un tempo queste ore erano il momento imdiruzzato per la lettura ma da un po’ le mie abitudini serali sono del tutto cambiate, il libro si prende in mano di pomeriggio e la sera tocca alla televisione, con nessuna soddisfazione peraltro, se d’inverno il palinsesto è debole, d’estate rasenta la vera pietà. Potrei scegliere di muovermi tra una delle tante piattaforme streaming installate sulla mia tv, ma ci sono molte ragioni per cui non lo faccio, per esempio mi addormento subito davanti al televisore mentre le serie del digitale che pure potrebbero piacermi, richiedono attenzione per evitare quel viavai fastidioso, di sera in sera, tra una puntata e l’altra. Fatto sta che questa televisione, povera e scadente d’estate mette in scena le peggiori repliche di tutti i programmi passati durante la stagione invernale, cosa che come ovvio mi innervosisce oltre modo. Ieri sera ciondolando tra un canale all’altro in cerca di armistizio, sono passata da Raitre scovando addirittura Un posto al sole, guarda un po’ qui mi sono detta, lo fanno ancora, quanto tempo sarà passato, trent’anni da quella prima puntata? Niente di più facile. La prima serie italiana, ambientata a Napoli, davanti al Vesuvio, lì dove sorge Palazzo Paladini ovvero il set in cui si muovono le vicende della storia, quelle di ieri e per quel che ho visto anche quelle di oggi. Succedeva così decenni fa, tornavo dal lavoro, gli orari con l’inizio della puntata combaciavano con i miei, mi buttavo sul divano, accendevo la tv e mi trasferivo a Napoli, nel momento in cui saliva di quota la nuova puntata di Un posto al sole, la chiamavo la mia mezz’ora d’aria, il momento che mi faceva volare lontana da tutte le responsabilità appena chiuse in un cassetto dell’ufficio, lo stesso che avrei dovuto aprire il giorno dopo. Ieri sera ho riconosciuto Palazzo Palladini, gran parte dei personaggi che mettevano in scena la mia mezz’ora d’aria di un tempo anche se oggi sono ovviamente, invecchiati e coinvolti in storie che non ho riconosciuto e che non mi ha interessato riconoscere. Infatti. Non riprenderò a guardarlo questo telefilm sotto il Vesuvio ma resta il fatto che come prodotto televisivo sembra quasi più ben fatto di tutti quelli di oggi che pretendono di essere attuali, nuovi, correnti, addirittura innovativi e moderni, costruiti tuttavia seguendo realizzazioni narrative fintamente inedite.

Se ti va di essermi amico

Ecco, così mi sento quando gli altri mi vedono seduta qui, su questa due ruote: leggo nei volti le domande che nascono attorno a questioni più che lecite su cosa mi potrà mai essere accaduto, quella ovvia impossibilità di capirlo al volo, i punti di domanda che comunque entrano in gioco tra i pensieri, così come l’educazione di non chiedere nulla, nascondendo tra i denti serrati la voglia di farlo. Allo stesso modo anche l’accortezza di favorire ogni mia necessità, elemento questo che sta a metà strada tra curiosità e desiderio di appoggio, soccorso, protezione, difesa per qualunque cosa mi sia successa, in effetti chiaramente sono io la più debole e anche se in termini decisi la voglia di essere informati c’è, prende campo, quasi sempre, l’educazione. Settimane fa, prima del gran caldo, mi sono fermata a pranzo con la mia famiglia in un chiosco dell’estatate jesolana, il cameriere è passato, ha lasciato sul tavolo il menù ed è tornato per raccogliere la comanda, secondo quanto scritto un po’ ovunque le nostre scelte, una volta pronte, avremmo dovuto ritirarle al banco-bar per portarle al tavolo. Invece no, non è andata così, dopo poco il cameriere è tornato porgendoci i piatti che avevamo richiesto, distribuendoli in ordine sopra, aggiungendo anche uno sgabello alto accanto a me per darmi la possibilità di poggiarci sopra il braccio e stare così più comoda. Offesa io per essermi sentita investita nel vero ruolo di disabile, affare che mi ha fasciata dentro un clima di tristezza cupa? No, questa volta no, conquistata invece, da un’attenzione che ha assunto una forma matura, diligente, libera da richieste o pretese mie o degli altri. Ho la sclerosi multipla, va così, se ti va di essermi amico e di corrermi in soccorso fallo pure. E grazie.