Che mi piaccia leggere è un dato assodato così come il fatto che, rispetto al passato, io legga di meno o comunque con un sapore diverso, non minore, ma differente rispetto al mio ieri. Da quando ho smesso col lavoro sono cambiate tutte le mie abitudini del resto, troppo: tipo il modo in cui le esprimo e come mi metto in corsa per raggiungere il traguardo finale. Vedi le forme e i tempi con cui prendo in mano un libro che, involontariamente, mi conducono verso regole differenti rispetto al passato. Ma io, che sono invece una che si muove seguendo le linee dell’abitudine, quelle che con un libro in mano ho sempre nutrito con favore e sentimento, ora mi fanno sentire imbrogliata: leggevo la sera, entrata a letto, prendendo in mano il titolo scelto e poggiato accanto a me, era la mia via di respiro rispetto alla quotidianità, che durasse un capitolo, venti pagine, di più o di meno non importava, bastava ci fosse, era importante così, prima che terminasse la giornata. Leggo il pomeriggio adesso, ho pure più tempo, le pagine girano sotto le mie dita con maggiore velocità ma il senso di appagamento di questa nuova consuetudine mica è salito, è fermo sotto il peso di un uso che non ha ancora trovato il valore di questo spazio per me inedito. Resto seduta col libro in grembo, volto le pagine poggiate sulle gambe, ogni rumore mi distrae, anche quando il pensiero vaga compiaciuto dalla bellezza del titolo scelto io resto appesa a un vuoto che non mi piace perché la qualità del mio leggere è decaduta, dove non so. Credo mi ci vorrà del tempo per ritrovarlo, spero non troppo perché al momento, chiuso un libro, non ne ricordo quel granché, ne so dare solo un giudizio rapido: piaciuto, non piaciuto. Davvero troppo poco.
Autore: Quella che prova a farcela
Davanti alle sbarre
Prima una pizza e poi la scoperta verso l‘eccellenza che Jesolo sa offrire. Ieri sera è andata così. Con la mia famiglia. Oltre alla cena con una prosciutto e funghi a cui mancava solo la Coca Cola, siamo andati verso uno store che io non avevo mai visto al suo interno. Un punto vendita di proposta autorevole dedicato al vino dove Luca doveva acquistare un regalo per un amico e dove io ho girato tra gli scaffali, sorpresa, inconsapevole, stupita, meravigliata e incantata come dentro una galleria d’arte costruita attorno a un autentico patrimonio. Fatto salvo che io non bevo vino, che mi disturba anche solo il suo odore, che la sclerosi multipla poi ci fa a pugni, che i farmaci che prendo non sono da meno, so quanto può valere una bottiglia quando è scelta con competenza professionale, quando è proposta con perizia di tono, quando è selezionata tra mille, quando si distingue da perizia di forma e ieri sera è così che è andata, ho avuto la sensazione di essere entrata in un salotto, come dentro a una galleria d’arte. Bottiglie mai viste, nomi di cantine noti solo come echi persi nel lontano ricordo, scambi di brindisi tra clienti competenti, presentazioni attente ma comunque per me inedite, fino alla comparsa di una porta a vetri, chiusa dietro sbarre di ferro che aveva il carattere di proteggere la superiorità. Caveau. Un cartello scritto davanti all’ingresso lo presentava con indicazioni più precise: entrata da prenotare, il responsabile accompagnerà alla ricerca delle migliori etichette fornendo tutte le notizie riguardanti il mondo del vino e dei distillati di pregio. Non bevo lo ripeto, non mi piace, la sclerosi multipla poi ci nuoterebbe dentro dandosi troppo coraggio, ma mi inchino davanti al bello e alla qualità. Soddisfatta dalla serata di ieri, circondata da una bellezza sconosciuta. E pensare che quel caveau l’ho visto solo da fuori senza varcarne le sbarre. Va detto comunque che anche la pizza era molto buona, sia chiaro.
2 giugno 1946

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana: 79 anni da quella pagina di storia che diede il la alla nascita del nostro Paese, che scalciò dai piedi quell’inutile monarchia che sappiamo, che consegnò per la prima volta tra le mani delle donne la matita per poter votare. Ora accenderò la tv per guardare la sfilata delle Forze dell’Ordine, lo facevo sempre con papà, lui che, buona parte della guerra la ricordava, almeno gli ultimi anni, proprio quelli più violenti vissuti qui in zona, in quel Veneto senza più governo conteso tra le volontà tedesche e partigiane. Crescendo ho imparato a disapprovare con assoluta insufficienza di stima i Savoia: quei torinesi di sovrani, inutili, mai al posto giusto, inetti, attirati solo dal proprio benessere e pieni di incapacità morale, quell’insieme di fattori che ci hanno condotti in un baratro fin troppo noto. Mentre scrivo mi viene in mente anche una serata di fine agosto di moltissimi anni fa trascorsa in in locale jesolano a chiacchierare di questi argomenti con un amico – che un po’ mi piaceva – scoprendo mentre si parlava di essere in pieno accordo su una questione importante. Chi ci stava accanto poco alla volta si è allontanato evidentemente disinteressati: la nostra discussione contro i Savoia a cui noi non volevamo concedere il rientro in Italia mantenendoli invece dentro i vincoli di un esilio a cui sua signoria la Storia li aveva condannati era per noi fondamentale, ricordavamo invece quel Referendum che aveva promosso la Repubblica a discapitato della monarchia e che forse era stato manovrato ma per noi era un dettaglio di poco peso, valeva di più che le donne fossero state chiamate al voto per la prima volta proprio quel 2 giugno 1946. Se ne parlava noi due quella sera, sempre d’accordo su tutti gli argomenti. Ma non è bastato, evidentemente lui mi piaceva io a lui no, la storia va così.
Ecco a voi Harry Potter

Se stai lì, in attesa che i tuoi capelli corti crescano imboccando la via che cerchi, cambia speranza che è meglio, fai il contrario, mettiti in disparte, spostati dalle illusioni, allontanati dallo specchio, stai distante dalle tue certezze, perché il desiderio di vederti in testa una chioma ancora lunga sarà disattesa. Abituarsi al caos nato sul tuo capo sarà però impossibile, giorno dopo giorno, anziché crescere con garbo i capelli si trasformeranno in ciuffi un po’ alti e un po’ bassi che parlano di incuria, trascuratezza e sciatteria e per questo sarà necessario tornare dal parrucchiere per accorciarli di nuovo. Quello che è capitato a me: all’inizio dell’inverno li ho tagliati un po’ troppo, me ne sono accorta solo quando ho cominciato a soffrire per ogni grammo di freddo che si poggiava sopra le orecchie rimaste belle che scoperte dal loro cappotto naturale. Ora invece sono stata costretta a tornarci dal parrucchiere per restituire un po’ d’ordine all’acconciatura. Quindi ho dovuto rivedere le forbici sferruzzarmi ancora sul capo per ridargli disciplina. Che dovevo fare se non questo? Ma un dettaglio sul mio stato d’animo da aggiungere c’è: sono cresciuta amando i capelli lunghi, la mia capigliatura castano scuro poggiava ben oltre le spalle, tagliavo perfino da sola le doppie punte, pensa te che fessa. Da piccola era mamma a portarmi dalla sua di parrucchiera, odiavo quel momento perché lei voleva ricondurmi a casa con un caschetto disegnato in testa “Assomigli alla Carrà” mi diceva come tentativo di convincimento, poca roba come manovra. Oggi è cambiato tutto ancora, più per caso che per scelta, ma tant’è, i capelli sono corti, e pure per mia iniziativa e sembra che mi vada bene così, sono più pratici da mantenere, questo è innegabile. Solo che poi appena indosso gli occhiali e mi metto davanti allo specchio riflesso ci vedo solo Harry Potter. Sai gioia
Si può tornare bambine?
Stamattina l’ho sentita, come quasi tutti i giorni, siamo abituate a farlo del resto, ci scambiamo un wapp per sapere a che punto siamo, come vanno le cose, quali le novità, in che modo procede la nostra salute innanzitutto, attaccata com’è dai reciproci nemici rabbiosi. Siamo amiche da decenni, ex colleghe di lavoro, abbiamo riso insieme, pure tanto, senza dubbio litigato, discusso alla grande, eppure anche protette tra noi, lei verso di me, in primis. Finendo poi per spettegolare, di ogni cosa ma in particolare dei capi, ‘ossignor che soddisfazione farlo, mettendo da parte, all’improvviso ogni sgarbo risollevando in un abbraccio quel muso appeso e accogliere invece gli inviti per essere di nuovo l’una accanto all’altra. Come adesso. Sembro sempre io la più fragile, ma ora no. Non mi va, voglio lasciarle tutto lo spazio di cui ha bisogno e anzi ancora di più, se crede, essere in grado piuttosto di darle l’indicazione più adatta per compiere al meglio questa strada, lei che ora è obbligata da incidenti autorevoli, percorsi dissestati pieni di angoli di pianto troppo aperti. Non posso fare di più se non dirle che ricordo bene quanto l’ho sentita vicina quando ne avevo bisogno: la sua auto, per esempio, ogni volta la trovavo aperta per condurmi dove mi serviva, il suo braccio teso per fornirmi appoggio, le sue mani aperte e pronte per riprendermi nei momenti, sempre più frequenti, in cui inciampavo e cadevo a terra. Lei lì, vicina, come se la mia sclerosi multipla la chiamasse per aiutarmi. Ora soffia una bora criminale su di lei e io non so che fare, tanto meno dire, so solo che vorrei un tempo diverso su di noi, quello delle risate, delle discussioni, come bambine, come cretine.
Affari miei
Finito il tg delle 20.00, dopo aver cenato, da me si comincia con lo sbarazzare i piatti dalla tavola, trasferirne la gran parte in lavastoviglie, spostare in dispensa il cestino del pane e poi l’acqua, buttare i tovaglioli di carta nel pattume e, ovvio, risistemare al loro posto le medicine della sera scambiandole con quelle del mattino. Nel frattempo si fa spazio per le tazze della colazione perché in questo modo il risveglio sarà più veloce. Mentre la televisione fa da sottofondo anche se raramente la si ascolta. Il più delle volte quello che racconta non interessa, fino a ieri sera quando sentiamo dire: sclerosi multipla, 5xmille. Alzo la testa verso il video, mia mamma fa lo stesso, ascoltiamo in silenzio, c’è una signora in sedia a rotelle che parla di ricerca, necessità di denaro, donazioni, roba fin troppa nota, ma in più ieri ho visto che in video con lei c’era, prima dell’inizio della sua trasmissione, anche Stefano De Martino, un personaggio tv che si dice essere sulla rampa di lancio del successo pieno. L’ho visto ascoltare la sua ospite con quello che sembrava autentico interesse, non ha interrotto, nessuna ripresa con dettagli superflui, incapaci, vuoti e inadeguati. Le ha lasciato spazio consentendole voce mentre lei, seduta sulla sedia a rotelle, presentava la sua sclerosi multipla secondaria progressiva, come la mia, quella pronta a muoversi in tutte le direzioni che sceglie di prendere, mentre tu te ne stai in silenzio in attesa del momento che sceglierà per sferrare il suo attacco, egoista e malfidata qual è. Stefano De Martino, già, dicono essere lui il personaggio tv del momento, un Pippo Baudo in fasce sembra, e ieri sera l’ho visto ascoltare con interesse una testimonianza targata sclerosi multipla ma non l’ha proiettata verso l’esibizione purchessia. Poteva pensare solo al palco di Sanremo, quello che dicono abbia già agguantato, invece il suo sguardo era aperto e attento verso la sua ospite, l’ascoltava con garbo, gentilezza e accordo mentre le faceva ripetere il codice fiscale del 5xmille di Aism, quello che serve per avventurarsi con decisione forse addirittura sicurezza verso la soluzione finale di questa tragica patologia neurologica. E allora via, se l’hanno fatto loro lo ripeto anche io:
Fondazione AISM 95051730109.
1492
Stamattina leggendo il giornale ho scoperto che c’è una visita a Venezia che vorrei tanto poter fare per catturare la visione in presa diretta di un recente ritrovamento storico che mi emoziona al solo sapere che esista. È tornato al Museo marciano un incunabolo di otto pagine a firma di Cristoforo Colombo nel quale comunica ai reali di Spagna, finanziatori della sua traversata, la scoperta di un nuovo Mondo, le Indie secondo le sue indagini. “De insulis Indiae supera Gangem neper iuventuis” (Delle isole d’India oltre il Gange recentemente scoperte). Si trovava a Dallas questa ricchezza della storia, negli Stati Uniti, qualcuno l’aveva sottratta da Venezia, non si capisce come e da chi, ma a quanto pare senza responsabilità da parte del possessore texano che infatti non ha posto riserve nel riconsegnarla alle autorità. Nelle sue otto pagine, Colombo racconta ai reali di Spagna quanto aveva visto nella nuova terra, lui la considerava l’India ma qui, se abbiamo fatto le scuole elementari, sappiamo bene dove sta l’inghippo. Appunto le scuole elementari dove quella data, 1492, quelle tre caravelle, Nina, Pinta e Santa Maria, quella traversata di fatica, tra minacce e compromessi, quella terra vista per la prima volta, con capacità e furore, quel grido di fatica, terra-terra, hanno scritto le pagine più famose dei nostri primi cinque anni sui banchi di scuola. E quella data, 1492, 12 ottobre, chi la dimentica, neanche i più sfaccendati tra noi, è stato il nostro giro di boa, il prima e il dopo del sapere che ci ha formati, quello lungo il quale siamo cresciuti e che ci ha consentito di prendere una direzione, quella verso le nostre di Indie.
10mila Lire
Ieri, come capita spesso la domenica, siamo andati fuori per pranzo, io, Luca con mamma, l’occasione è rintracciata per riguadagnare quel minimo di serenità famigliare che ha sterzato da noi insieme a papà. Ci si muove lungo Jesolo, soprattutto perché questa stagione primaverile, in pigro ritardo, non è ancora salita sul crinale del gran turismo; in pratica è finito maggio ma il caldo, che dovrebbe richiamarlo a frotte, finora non è arrivato. C’è possibilità quindi per avventurarsi con l’auto anche lungo le vie più frequentate di questa città che è col sole che mostra la sua immagine migliore, preziosa, eccellente, superiore. Ça va sans dir. E così ieri abbiamo potuto trasvolare e ci siamo trovati seduti al tavolo di un ristorante di nuova apertura, affacciato sulla strada più famosa del litorale, quella alla moda, che assume il volto e l’immagine della “Milano-da-bere” (se solo l’avessi mai vista): vetrate luminose avanzate sulla strada, nessun infisso come va di moda oggi, vista panoramica aperta sull’esterno, arredi chiari, dettagli curati, servizio assistito verso un menù importante. Ma io, nota per la mia qualità di totale assenza di un minimo senso dell’orientamento, c’ho messo un po’ per capire in che angolo di Jesolo mi trovavo, ho dovuto guardarmi attorno con attenzione crescente per identificarlo e scoprire che lo conoscevo bene. A pochi passi dalla casa in cui ho abitato per decenni e dalla quale ho dovuto spostarmi perché mancava di ascensore e le mie previsioni sul futuro, sintonizzate sulle frequenze della sclerosi multipla, mi obbligavano a dirle addio. Ma vabbè. E poi, e poi il ricordo. Il posto nel quale ieri ho pranzato, quello fin troppo “Milano-da-bere”, un tempo era stato una pizzeria: piccola, di seconda quota, non certo alla moda, addirittura mediocre, perfino dozzinale, ma davanti casa, eccolo il suo valore. Era il locale dove era concesso andare da sola, con le amiche, a piedi, senza essere accompagnata in auto. In buona sostanza la prima meta delle mie uscite giovanili: pizza fuori casa, il sabato sera con possibilità di stare fuori fino alle 21.30, mi sembra di ricordare. Ieri mentre mangiavo, mi guardavo intorno, pensando a quella pizza di un’epoca fa, all’immancabile lattina di Coca Cola, ai 10mila Lire che avevo in tasca del tutto sufficienti per quel sabato sera con le amiche, atteso, piacevole, desiderato, quello che ignorava la valanga che mi sarebbe crollata addosso dopo poco. Quant’è bella giovinezza, inconsapevole e con 10mila Lire in tasca.
Sogna, ragazzo, sogna
Mi sono imbattuta in una pagina web in cui Roberto Vecchioni e la moglie Daria Colombo parlano della loro storia legata a doppio filo con la sclerosi multipla: il figlio Edoardo ne è affetto e loro, quindi, sanno cos’è in ogni suo feroce aspetto. L’ho conosciuto Vecchioni, anni fa, faccia a faccia, parola su parola, verità dopo verità. Lui ha visto ogni fatica che io mi portavo appresso, appesantita com’ero da quella gamba cialtrona che non aveva ancora conociuto la quiete data dalla sedia a rotelle. Era una serata di lavoro quella in cui ci siamo ritrovati, tanto per lui quanto per me. Vecchioni interveniva come ospite dell’agenzia di comunicazione per la quale lavoravo allora, presentava il suo libro, era protagonista della rassegna letteraria che avevamo allestito. Dettaglio in più: io non sapevo del suo rapporto con la sm, lui del mio. Ma una volta visti ci siamo capiti al volo, anche nel silenzio, quello che ci siamo imposti. Fu una serata faticosa per me, era ancora il tempo in cui aprire il sipario non mi piaceva. L’ho detto tante volte che è stata la sedia a rotelle a favorirmi, c’è poco da raccontare adesso, pensate quel che volete, non me ne frega niente compresi i vostri sguardi pietosi, patetici, perfino caritatevoli, quelli che la sedia a rotelle nutre e non nasconde. Ma se volete aggiungere un dettaglio ora che dovete pagare le tasse pensate al vostro 5xmille e se vi va di aiutare il domani di quelli che vivono con la sclerosi multipla eccolo il Codice fiscale della Fondazione di AISM: 95051730109. Per me credo sia troppo tardi ma la tempesta che la sm muove merita di far trovare un buon ombrello per i tanti ragazzi bagnati dall’acqua che all’improvcuso la sclerosi multipla rovescia addosso. Con tutto il ringraziamento che so dare.
Benjamin Malaussène
Ultimamente mi sento come Benjamin Malaussène, il personaggio che nei romanzi di Daniel Pennac di professione fa il capro espiatorio, pagato per assumersi le colpe degli altri, scelto come esca per evitare che critiche e responsabilità cadano sulle spalle dei suoi colleghi di lavoro ma non da meno voluto per queste ragioni dai suoi famigliari. Oggi sono forse di buon’umore e quindi mi va di scriverlo senza sentirmi disegnati addosso troppi effetti collaterali, o sensi di colpa, anche perché lo so che tra un’ora, in mattinata o il prossimo pomeriggio, durante un attimo giocato goffamente tutto, con Luca e mamma, andrà da sé, e forse anche male. Basta un angolo storto, una parola forse mal calcolata o proprio un errore, mica mi giustifico e basta, e ogji cosa nella vita di famiglia potrebbe prendere la forma di un dito, il mio, passato sopra la spina pingente di un cactus e io avrò solo il tempo per sentirmi come Malaussène, capro espiatorio. Papà, quindi. E ritorno da lui. Quante volte è stato, gratuitamente, Malaussène anche per me? E ora mi mordo le mani, di dolore, rimpianto e feroce nostalgia.