Un orizzonte poco bello

Quando ho cominciato a scrivere sulle pagine di questo blog, Enrico, il mio compagno di banco al liceo, il primo fra i miei lettori, mi ha chiesto di non parlare di politica su queste pagine. “Non interessano le tue opinioni – mi ha detto – hai altri argomenti, imbocca le tue vie”. Pronta a scattare sull’attenti ho eseguito, condividendo i suoi suggerimenti anche se, qualche volta, ho stretto i denti per svoltare pagina quando il cipiglio mi portava all’analisi del mio tempo. Sterza veloce, vai, mi sono sempre detta, gli argomenti non ti mancano di certo. La sclerosi multipla a cui in primis è dedicato ‘sto cavolo di blog di temi ne offre senza vuoti di sorta, concludevo sempre. Ora mi fremono i nervi però. Come faccio a fermarmi. Le preoccupazioni per come si muovono i giorni in cui viviamo sono vibranti. Perdonami, Enrico. Non ce la faccio a tacere, butto sul piatto poche parole, prometto. I pensieri fanno muovere le dita sopra la tastiera. Butto il mio sguardo su una vicenda che fa tremare i polsi dalla paura. Casa Bianca, ieri pomeriggio, Trump, Vance, Studio Ovale, guerra in Ucraina, Zelensky messo alla porta a male parole nello spazio di mezz’ora. Dove va questo mondo? Stamattina su un social ho letto l’analisi potente di Grazia, altro pezzo della mia III C, che su quanto accaduto ha messo giù parole di grosso peso. Mi ha scritto anche Marina, amica, traccia solenne di quegli anni di liceo, pure lei vigile osservatrice del nostro malandato oggi. Concludo, Enrico, assicuro. Abbiamo bisogno di Papa Francesco, ora più che mai, il suo ruolo di centratura politica è più che fondamentale. Mi sa che se ci lascia adesso si fa sempre più strada il disastro.

Quello squillo feroce di un anno fa

Ci sono lacrime chiuse a chiave dentro di me, soffocate da giornate passate troppo velocemente, oppure molto lente, sa Dio come. Ma oggi che ho guardato lo schermo del telefono, 27 febbraio, ho visto che manca davvero poco all’anniversario di quella feroce telefonata nel cuore della notte, quella che ha spaccato tutto, quella che diceva ciò che in famiglia già sapevamo. Saranno settimane dure le prossime invocando parole mai dette per bene. Cose del tipo: ti voglio bene papà.

Undici mesi fa

Da qualche sera ho ricominciato a fare centro sul bersaglio della Ghigliottina. Passaggio di chiarezza: è il gioco che fanno in tv prima che cominci il Tg di Raiuno, l’ultima battuta è affidata a questa Ghigliottina. La puntata per intero è molto, ma molto, noiosa, più di vent’anni in onda mostrando la stessa solfa credo abbiano seccato un po’ tutti, almeno me. La Ghigliottina ha un altro sapore invece, quello della Settimana Enigmistica per capirci, unica e irripetibile, con il suo cruciverba Bartezzaghi e ancora di più il Ghilardi per non parlare di quello senza schema che chiude l’intero giornaletto di esercizi per la mente. Be’ insomma, allo stesso modo anche la Ghigliottina spinge al ragionamento con le parole e per questo mi piace. Le regole sono semplici: al concorrente vengono fornite volta per volta cinque coppie di parole, ne deve scegliere una, quella tra le due che indentifica come l’indizio giusto per arrivare alla soluzione finale: ovvero il termine che le collega tutte tra loro. Del tipo: strega, specchio, regina, mela, nani. Risposta: favola. O ancora: libro, lavagna, registro, quaderno, grembiule. Soluzione: scuola. Io le ho messe giù facili, facili, fasulle direi, non è così nella realtà. Ma è per questo che la Ghigliottina diverte. La guardo da sempre. Con papà si era arrivati al compromesso: mentre si cenava lui metteva in piedi il suo personale traffico tra i tg che voleva guardare, un quarto d’ora prima delle 20.00 mi passava il telecomando, c’era La Ghigliottina. Continuo a guardarla anche senza di lui. Anche senza beccare la risposta esatta. Ma ultimamente, come dicevo, mi capita di venirne a capo un po’ più spesso e con che soddisfazione poi. Come sono astuta, mi racconto. Be’ vabbè, che sia come sia, che io ci arrivi o che non lo faccia, la Ghigliottina resta il mio appuntamento prima della cena, prima del tg. E così esce un altro ricordo di papà, come quello scambio veloce del telecomando sulla tavola, tra piatti e forchette. E poi in questi giorni, che sono 11 mesi da quel maledetto addio, ancora di più.

Sanremo-parte II

E alla fine l’ho guardato il Festival. Stupita per questo? Invece no, metto su ogni anno questo siparietto, parlo, parlo, me ne allontano con la forma e poi, e poi, eccomi lì davanti alla tv, per curiosità, critica e via sulla strada. Pensa te, malgrado le premesse, quello che ho visto a tratti mi è pure piaciuto. Intanto per il ritmo della scaletta, impostata in modo veloce, dinamico, energico direi. Non senza il piacere per le canzoni proposte. Malgrado oltre metà degli artisti saliti sul palco, e forse anche di più, io non sappia da dove arrivino. Troppo giovani rispetto alla mia conoscenza personale eppure, mi tocca ammetterlo, i migliori che ho ascoltato. In scaletta anche altri nomi giovani ma con canzoni che si portano appresso testi, arrangiamenti ed esecuzioni che sanno di scolorito. È andata così per questi titoli, li ho trovati intrisi di aspetti ed esecuzioni direi stantie, troppo vecchia maniera, insomma. Guarda un po’ te mi dico, potevano essere più vicini ai miei piaceri, invece no. Tutti quei nomi poi che si sono esibiti all’Ariston, noti anche a me perché immersi nei miei tempi e da cui mi aspettavo di ricavare un piacere diverso, sviluppato attorno a quanto so di essere io, non mi hanno dato niente. Su quei titoli ho riconosciuto più di qualche tracciatura secondaria, ritmi stantii, per musicalità, canzone, esecuzione. Che stupore mi dico. Sono tornata giovane io? Non credo, no che non è questo. Perché poi aggiungo che l’altra sera, quando il cantante degli ex Maneskin, ospite del Festival, ha messo su Ah Felicità, prima che cominciasse, riconosciute le note di apertura, ho invocato di maneggiarla con cura, lui lo ha fatto e, mentre cantava, lì sì che il cuore mi si è aperto, di autentico calore e intimità. Perche Saremo sarà pure Sanremo. Lucio Dalla di più.

Sanremo non è più Sanremo?

Tra pochi giorni comincia Sanremo. La settimana più bella dell’anno, la chiamavo in questo modo tanti anni fa. Quindici? Venti? Capace che ne siano passati così tanti in effetti. C’era Baudo, quindi siamo su quella linea. I cantanti che scendevano le scale per andare in gara li conoscevo tutti. Oggi no. Segnale acceso sulla mia età non proprio assimilabile all’adolescenza? O forse solo totale disinteresse verso la musica che gira oggi? In radio per esempio? Che infatti non ascolto più. Lavoravo in un ufficio tanti anni fa e condividevo lo spazio delle scrivanie con le mie amiche Romina e Fabiana. Si arrivava e la radio la si accendeva subito per sentirne la programmazione, non che fosse tutta di mio pieno gradimento ma almeno mi permetteva di rimanere collegata con un minimo di era contemporanea. Ogni tanto chiedevo se potevo metterla io una canzone, solo una dicevo, Romina e Fabiana annuivano loro malgrado, ben sapendo che da quel momento sarebbe partito il mio filotto di esclusiva musica di cantautori italiani che niente aveva a che fare con Sanremo o con la canzone del momento. Ma tant’è. Generose loro, prepotente io. Poi ho cambiato lavoro, altri ritmi, altri spazi, altre regole e niente radio. Si è aggiunto che non guido più visto lo stop dove mi ha inchiodata la sclerosi multipla e cosi la colonna sonora scelta per accompagnarmi durante un piccolo percorso qualunque si è spenta. Il risultato l’ho già scritto qualche riga fa: non so chi sia la gran parte dei cantanti in gara a Sanremo 2025. Va detto poi che i conduttori sono quello che sono, ovvero non mi piacciono, quindi la prossima non sarà la settimana più bella dell’anno. Lo guarderò comunque Sanremo anche perché in tv non ci sarà altro. Qualche canzone farà presa anche su di me, poi punto e a capo. Ma ci sarebbe un posto dove vorrei vedere Sanremo, ogni anno ci penso e ogni anno credo che, al di là della mia competenza diventata scadente, vorrei avere una posizione, magari defilata, nella sala stampa del Festival. Mica per darmi un tono, solo per ascoltare giudizi, opinioni lanciati in libertà e fare qualche risata perché so che non mancherebbe. Ma il tempo ha cambiato tutto, forse anche i miei desideri: Sanremo per me non è più il Sanremo intoccabile con cui sono cresciuta. Restano sul piatto alcune domande. Non sono più al passo coi tempi io? Mi sa di sì. Mancano Romina e Fabiana? Ovvio. Sanremo non è più Sanremo? Temo.

Congiuntivi, coordinate e subordinate e via così

Poco tempo fa ho beccato su un canale tv del digitale nientemeno che Dallas. Piano, piano, un attimo, non la città, non un documentario sul Texas, no, proprio il telefilm che entrò nelle nostre tv negli anni Ottanta, autentica testimonianza che qualche cosa stava cambiando. Eh sì. Era finito l’esclusivo dominio Rai mentre si faceva largo la televisione di Berlusconi che portò nelle nostre case Dallas, la prima pagina di un nuovo linguaggio televisivo. Io, che ero poco più che una bambina, lo guardavo ogni settimana, andava in onda di martedì, su Canale 5, cominciava alle 20.25, orario che serviva ad allontanare il pubblico dalla visione del TG1 cinque minuti prima che finisse. Una scelta studiata per condurre gli spettatori su una nuova rete che aveva bisogno di un pubblico pronto a vederne il palinsesto anche subendo le frequenti pause di pubblicità che interrompevano sistematicamente la messa in onda dei suoi programmi. Mi innamorai fin da subito di Dallas anche se mi chiedo come mai i miei genitori, così fedeli alle buone maniere, me lo facessero guardare, pieno com’era di trame composte di bugie, corna e nessun rispetto per l’educazione. Anche il loro entusiasmo per la novità superava tutto. Lo si vedeva insieme, in soggiorno, tra divano e poltrona, io con la testa poggiata sulla spalla di mamma che poco prima della sigla -“come grande ma come è grande l’America”– arrivava col vassoio che portava il caffè per lei e per papà sedendosi subito dopo. Da poco c’era la tv a colori ma anche i cambiamenti della programmazione che i canali privati si erano portati appresso introducendo un filone del tutto inedito. Ora, per curiosità, ho rivisto qualche puntata di Dallas tanto da riconoscere i segni del nuovo che negli anni Ottanta gli Stati Uniti avevano importato nele nostre tv. Mi sono domandata perché in Italia, che all’epoca racchiudeva caratteri lineari e puliti, questa novità rappresentata dalle puntate di Dallas avesse avuto fin da subito tanto successo. Forse perché in tutti noi  prevaleva il desiderio di uscire dal decennio degli anni di piombo per entrare in un disegno inedito composto di ragionamenti mai conosciuti prima e utili per alleggerire il pensiero. Se però devo aggiungere un dettaglio lo faccio. I dialoghi di Dallas erano pessimi. E poi tradotti in modo molto più che scadente, quello che ignora congiuntivi, coordinate e subordinate un minimo decenti, così  come molto altro ancora. Avevamo bisogno di trovare una nuova leggerezza, forse, di racconti moderni, magari. Ma anche quelle trame, composte di nulla, meritavano almeno un italiano valido.

“Stagione” che viene, “stagione” che ricordi

Ieri la giornata si aperta come volevo, col sole, invernale certo, ma comunque sufficiente per uscire senza farmi tremare di freddo permettendomi di non subire temperature che, comunico, seduta su una sedia rotelle si amplificano fino a trasformare il mio corpo in un blocco di cemento, rigido e ruvido. Grazie ancora, sclerosi multipla che non sei altro. Per fortuna, dopo tanto, sono potuta andare da papà, con un fiore dedicato a lui che si è legato ai miei occhi lucidi e una scossa sul cuore davanti al suo nome inciso sulla tomba. Poi all’ora di pranzo la decisione di stare fuori con la mia famiglia per un panino al volo, al solito posto e lì trovare ad aspettarci due amiche carissime, la signora Ida e la mia amica Jenny, che ha costruito insieme a mio fratello Luca la sorpresa di un incontro inatteso con due persone importanti con cui s’è condiviso tanto, compreso l’addio a due mariti e due papà scomparsi a poche settimane l’uno dell’altro. Dopo un abbraccio e un saluto commosso, le chiacchiere hanno preso il largo subito, poi via, la corsa rapida verso il tavolo, la lettura del menù, la scelta golosa cercando anche di mettere insieme quella normalità di cui abbiamo tanto bisogno. Il tema del discorso è andato sul lavoro della prossima estate a Jesolo, è solo febbraio, ancora inverno? Non proprio. Perché questo mese a Jesolo si sposa con un concetto disegnato addosso alla sua colonna portante, quello che qui chiamiamo da sempre inizio “stagione”.  Che significa prepariamoci all’estate, un modus che appartiene alla città, costruito sul lavoro che coinvolge tutti, tra alberghi, bar, negozi e via sul tema. La “stagione” appunto. Pare presto febbraio per parlare di lavoro estivo? Di accoglienza per turisti, ospitalità, porte aperte per dare spazio alle vacanze di chi arriva da fuori? No, da jesolana, cresciuta con questo spirito, assicuro di no. Infatti ieri, mentre si parlava, forse anche per allontanare le tracce pesanti rappresentate dalla bellissima rosa rossa portata a papà, s’è arrivati a ragionare sui dubbi legati alla prossima “stagione”, a quel certo  preoccupante spirito poco rassicurante che si intravede all’orizzonte. Anche se, arrivati al caffè, con le frittelle veneziane davanti a ogni piatto, s’è detto: Jesolo ha superato le estati con la mucillagine che avevano invaso il nostro mare, quella del Marco tedesco forte, quella del Muro di Berlino caduto che ha indebolito anche l’economia della Germania, quella della prima circolazione dell’Euro che ci vedeva fragili rispetto al resto dell’Europa e poi mai dimenticare la stagione del Covid, che ha visto i primi turisti entrare non prima di giugno. “Stagioni” partite in ciabatte e a settembre portate a casa sui tacchi ci siamo detti, andrà così anche quest’anno. I nostri papà, mentre ieri parlavamo di questo, loro che di “stagione” ne sapevano, eccome se ne sapevano, ci ascoltavano ed erano d’accordo con noi. Con il loro caffè davanti non senza un bel po’ di frittelle veneziane.

Il Gazzettino

Mi sono abbonata a Il Gazzettino online. Per avere tra le mani tutti i giorni un quotidiano. Punto primo: leggerlo sul web è un’altra cosa rispetto a sfogliarlo su carta, è meno piacevole, diciamola tutta – ecco qui che si fa largo la vecchia che sono. Procedere attraverso pagine per così dire tradizionali, quelle che si piegano anche a caso, confondendosi dalla numero 9 alla 25 senza una direzione scelta ma dettata solo dal disordine, sentire il rumore del foglio che passa tra le dita e poi poggiare tutto sul tavolo dove concedersi una breve pausa caffè è un momento che mi piace da sempre. E allora arriva il punto secondo: il web, che moltiplica i mezzi e i modi per sfogliare e leggere un quotidiano. Troppi, pc, tablet, telefono, che per me non rappresentano il piacere finale ovvero la ricerca della notizia. Non so darne la ragione, anzi forse sì: anche se il viaggio tra le pagine online si muove in piena comodità, la lettura mi scappa avanti, la perdo, vado dal titolo alla chiusura del pezzo con esagerata rapidità. Ho scelto Il Gazzettino per non abbandonare il significato di quello che accade a Jesolo, ma anche in questo caso procedo sempre con una velocità smisurata. Le belle pagine di carta aperte davanti a me, invece, sono quelle che mi danno una vista sempre accesa sul tutto, lo spazio offerto è ampio, autentica occasione per una lettura larga che amplifica la mia conoscenza finale. E allora perché la scelta dell’abbonamento online? E vedi un po’ che c’entra come sempre quella cara lei che si chiama Sclerosi Multipla e che mi ha chiuso fin troppe porte. Anche la scelta della notizia cartacea. Perché la soddisfazione del quotidiano per me viaggia di pari passo con l’uscita verso l’edicola, l’acquisto del giornale, l’entrata nel bar accanto, la scelta del primo tavolo libero, un cenno per il solito caffè con un dolcetto al cioccolato e poi l’apertura del giornale. Con la certezza che se oggi all’edicola avrò scelto Il Gazzettino, domani andrò su La Repubblica oppure muoverò l’occhio verso il Corriere della Sera, seguendo momento, estro, desiderio dell’attimo. Suvvia, Cinzia, non rognare, già sai che tra le tante cose a cui piano piano finirai per abituarti ci sarà anche il giornale online. Te la farò vedere io, piccola insolente e sfrontata di una sclerosi multipla che non sei altro.

Scuola Holden

Da quando ho svoltato la curva dei 50 anni ho chiesto a tutti di non farmi regali per il compleanno. Mi blocco qui, ho detto, non mi frega di proseguire oltre, basta con tutto, tutto quello che somiglia a un festeggiamento non mi appartiene più. Basta coi regali poi, mi raccomando. Nessuno tra quelli che mi vuole bene mi ha ascoltata però. Anzi sono andati oltre in un crescendo di idee sempre più ricercate e fin troppo riuscite rispetto ai desideri che forse nemmeno io credevo di avere. Quest’anno poi, visto il grande addio che ho dovuto dare a papà, il mio compleanno è caduto in fondo a ogni pensiero, figuriamoci i regali. E guarda un po’ invece che è accaduto. Le mie amiche di sempre, Alessandra, Federica, Gloria e Sara (in rigoroso ed esclusivo ordine alfabetico, sia chiaro) hanno girato, scartabellato, cercato e scoperto quel qualcosa che non potrò mai dimenticare. Una busta, l’ho aperta, dentro una lettera, l’ho stesa davanti a me fissandomi sull’intestazione prima ancora di leggerne il contenuto. Scuola Holden.  Ho guardato negli occhi le mie amiche fissandole con sguardo acceso, di sorpresa, felicità, compiacimento e gratitudine. Un corso di scrittura definito dalle tracce dettate sul progetto di educazione al testo composto attorno alle indicazioni fornite da Alessandro Baricco. Pura e agile soddisfazione la mia contenuta in una busta tutta per me. Che giro di idee hanno compiuto per arrivare dove sono arrivate? Se avessero chiesto a me un consiglio, oltre a dire che non volevo niente ma grazie, in nessun modo sarei arrivata a pensare alla Scuola Holden. E ora che benessere, ma anche che impegno e che paura di non farcela, supportata però da curiosità, voglia di buttarmici dentro per capire di più i meccanismi di un buon testo. Ma vi chiedo amiche mie, amplificate il valore del mio grazie, in rapporto soprattutto al caratterino che mi porto appresso, spigoloso, insopportabile, aspro, al punto che non so nemmeno come fate a tolletarlo da decenni. Eppure, oltre che con i regali, voi siete sempre qui. Con i valori indicibili del vostro sguardo rivolto a me in modo sempre più che attento.

Conviene stare qui

Qui scrivo sempre meno e certo, mi dispiace, ma che ci posso fare se questo senso di pigrizia che mi governa ha sempre la meglio? Oddio, ci potrei fare molto in realtà, tipo darmi una bella smossa. E invece senti un po’ qui che penso: chiudere baracca e burattini e mettere da parte tutto, blog, post e quelle quattro idee che sopravvivono ancora ma che devo cercare dentro me con il lumicino. Questo blog è nato dopo un licenziamento che mi aveva ferita e a cui era seguito un periodo vuoto che sentivo di dover riempire. Per lavoro scrivevo e allora, nel tempo libero che avevo, prima di trovarne un altro era nata l’idea. Ma non avevo messo in conto il fatto che un barlume di vita vissuta da raccontare ogni giorno forse non mi sarebbe venuto in mente. E infatti. Per non dire che poi la mancanza di continuità nell’inserire post rendeva sempre più difficoltoso riprendere le fila del ragionamento. E già. Tutto incluso in quella mancanza di voglia di essere protagonista della mia vita. Difetto che faccio viaggiare di pari passo con la sclerosi multipla fra l’altro. Non ho voglia di alzare la testa? Lei, gentilmente, mi offre l’alibi da scagliare sul campo. Tipo, guardo il divano e dopo pochi secondi mi ci trovo ben che seduta sopra, per non dire poi che in un battito d’ali comincio a sonnecchiare, se non addirittura a ronfarci addosso con soddisfatta riconoscenza. La colpa è dei farmaci racconto, mica mia, ci mancherebbe. E si va punto e a capo allora. Anche se lo so che avvolta tra le sue flaccide spire, che porgono giustificazioni sempre accese, ogni resa che concedo alla sclerosi multipla mi rende povera e pure più scema. Lei può fare la qualunque, e si sa, ma diamocela una scrollata di vivacità, Cinzia, ti conviene. Quindi oggi eccomi qui.