Sempre lo stesso titolo, seguito dalla progressione di un numero romano. Ma non ho mai detto quale ne sia l’origine, in che direzione va, perché arriva fino a qui. La storia parte da lontano e finisce al mio oggi, tormentato e demolito dalla morte di papà. Anni fa, Don Lucio, il mio parroco, seguendo traiettorie che in gran parte mi sfuggono, mi raggiunse chiedendomi di collaborare con lui per tentare di coinvolgere alle attività allestite per loro quelli che considera i suoi ragazzi. Mi sfuggono tanti dettagli di quella domanda ma so che dissi va bene e lì cominciò un percorso che fece bene prima di tutto a me perché mi portò a dire davanti a molti di loro “ciao, mi chiamo Cinzia, ho la sclerosi multipla”. Mica roba da poco, in quel momento ero sigillata dentro mutismi di debole protezione che all’improvviso avevo abbattuto. E quindi grazie, Don Lucio. Che poi mi domandò di scrivere con i ragazzi, o se non altro chiedere loro di farlo, ma su questo punto non portai a casa grossi risultati; poi pensammo di farli parlare delle loro debolezze e necessità, e anche qui peggio che andar di notte ma la causa fu solo mia che non ho né capacità né strumenti per affrontare un progetto di questa portata. Arrivò il Covid, con la sua tenda ben tirata sopra tutti noi che imballò di blocco ogni nostra manovra impedendoci di proseguire sulla strada maestra. Passato il grosso della bufera nacque il Giornale del Litorale, un contenitore per tutte le informazioni parrocchiali che portava con sé anche una rubrica dedicata ai più giovani, lo spazio intitolato Care ragazze, Cari ragazzi che Don Lucio mi chiese di guidare. Va bene, dissi. Ascoltando la sua domanda tracciai le fila di uno spazio che toccava argomenti a titolo libero allo scopo di far sentire i più giovani protagonisti di un pensiero su cui poter riflettere. Ci provai almeno, senza troppa continuità per essere sincera, per mancanza di tempo, così come di idee. Ma qui arriva papà, ogni volta che scrivevo per il Giornale del Litorale e Don Lucio pubblicava il mio pezzo lui, molto fieramente, andava in chiesa a ritirarne due copie, una per leggerla, l’altra per archiviarla tra le sue carte personali. Dettaglio: ho scritto per quasi vent’anni per un free press molto diffuso a Jesolo che raccontava ai turisti quanto veniva organizzato in città. Ricordo che papà lo sfogliava in un modo niente più che distratto. Il Giornale del Litorale? Altra storia, ne era orgoglioso per ragioni che non voglio nemmeno indagare. Lo sa lui, mi basta. Ma adesso sono io che non posso smettere di scriverci e nemmeno di pubblicare il testo qui, nel mio blog. Ecco dove sta la ragione di questa progressione di numeri romani associata a testi che cominciano sempre con il titolo Care ragazze, cari ragazzi.
Autore: Quella che prova a farcela
Care ragazze, cari ragazzi – VI
Sabato scorso l’Italia del calcio ha chiuso la sua avventura europea e pure in malo modo. Premessa: di calcio capisco meno di niente quindi potrei mettere un bel punto e chiudere in fretta il mio intervento. Però mentre guardavo quel po’ di partita che mi è passata davanti ho fatto una serie di osservazioni che ora vorrei condividere con voi per sentire cosa ne pensate. Prima di tutto ho notato i toni arresi dei telecronisti e mi sono sembrati strani, non in linea con la consuetudine che spesso li accende di un entusiasmo un po’ esagerato, c’erano poi anche i volti scuri di certi spettatori illustri, il viso livido di rabbia di Buffon per esempio, che non so bene cosa ci fa facesse lì, ma, consapevole della figuraccia che la nostra Italia stava facendo, si vedeva a mille miglia di distanza che dappertutto avrebbe voluto essere tranne che là. Poi non ho potuto che fermarmi sui giocatori in campo: stessero giocando bene o meno non lo so dire, ma due cose le ho notate. La squadra era composta da atleti giovanissimi e tutti esageratamente tatuati. I dettagli mi hanno colpita e quasi certamente perché tra me e loro – come tra me e voi, del resto – c’è uno scarto anagrafico notevole eppure il giorno dopo ho letto sul social X una cosa che mi ha colpita: “se ciascun componente della nostra nazionale avesse trascorso più tempo sul campo ad allenarsi anziché steso sopra il lettino di un tatuatore forse ce l’avremmo fatta a passare il turno di questo Europeo”. Che ne dite? Siete d’accordo? Perché è ovvio che io lo sia, sono vecchia e ragiono seguendo traiettorie di pensiero diverse dalle vostre, però mi piacerebbe sapere che opinione avete. Vedere i risultati vincenti dello sport italiano è pura gioia infatti, l’Europeo di calcio del 2021 è impossibile che non la ricordiate, anche se siete giovanissimi, ma proprio perché lo siete un Mondiale con l’Italia in campo non sapete cosa sia. Certo non è solo colpa della squadra lo è anche degli allenatori, ma l’impegno di chi ci mette la forza per allenarsi è fondamentale. Prendete Sinner, diventato per la prima volta nella storia del tennis italiano numero 1 al mondo, io credo che ci metta tempo, cuore, coraggio in campo per allenarsi e infatti i risultati si vedono. Che ne dite? È questa la differenza che rende tanto debole il calcio italiano? E più in generale i buoni risultati arrivano dall’importanza che mettiamo sul piatto, che sia sport, studio, lavoro? So solo che a fine partita sono rimasta davvero colpita dalle parole di Donnarumma, il portiere di questa nazionale, che ho letto essere stato anche il migliore in campo e che si è scusato con tutti i tifosi italiani per le pessime prestazioni della squadra. Forse i tatuaggi ce li ha pure lui, ma il suo impegno è diverso e si vede. Impegno che, come una lezione di vita, esce allo scoperto sempre, che sia sport, studio, lavoro, appunto.
Questa cornea che è bellissima
“Cornea bellissima”, me lo ha detto ieri la dottoressa della Banca degli occhi dell’ospedale di Mestre mentre terminava la visita di controllo. A inizio febbraio ho fatto un intervento per il trapianto della struttura trasparente che stava davanti alla pupilla del mio occhio destro e che si era lesa peggiorandone le capacità visive. Sì, proprio quello destro, quello da cui era partita la diagnosi dell’interminabile storia che mi viaggia addosso e che si chiama sclerosi multipla, quello che allora presentava un nervo ottico talmente chiaro da essere simil-bianco anziché bello luminoso di un giallo carico come prevede la natura. Come le cose siano andate avanti dal momento di quell’accertamento è del tutto inutile ripeterlo, non ne vale la pena, almeno non in questo momento, è roba talmente nota. L’oggi ha un’altra piega invece, un’altra storia, altro destino, perché a me non piace vincere facile e quindi ho fatto i conti anche con una cornea rovinata come mi hanno detto i medici, anche se non a causa della sclerosi multipla, roba nuova, un valore aggiunto da cui non sono sfuggita, sia mai. Così è andata: circa due anni fa il mio oculista di grande fiducia (quello che nel 2000 mi accompagnò alla diagnosi di sclerosi multipla in poco meno di un mese in un’epoca in cui i ritardi della scienza medica la facevano viaggiare silente e maledetta spesso per anni prima di darle un nome) e dal quale ero tornata perché mi sembrava di dover fare i conti con un semplice abbassamento della vista, ancora una volta, in poche e rapide mosse ben assestate, ha chiuso velocemente il controllo medico rimandandomi a un altro collega per una valutazione più pertinente. E guarda un po’, sempre all’occhio destro. “Sclerosi multipla, ancora?” ricordo di avergli chiesto. “No” ha detto, ma scuro in volto, senza moti di spiegazione. Sono passata oltre, per mancanza di tempo, o voglia o anche solo perché quel “non è sclerosi multipla” aveva già chiuso il perimetro delle mie preoccupazioni che nascono e si interrompono sempre lì. Ma la vista ha cominciato a scendere di più per accompagnarmi, anche un po’ per un fortunato caso, sulle vette scientifiche della Banca degli occhi, centro specializzato che ha aperto davanti a me le migliori strade dell’oculistica nazionale conducendomi, in seguito all’entrata in una sala operatoria, al traguardo di ieri e alla mia nuova “Cornea bellissima”. E scusate se è poco.
Care ragazze, cari ragazzi – V
Me lo spiegate voi cosa significa essere Maranza? O ancora meglio qual è il piacere di esserlo? Io parlo per me ma credo di essere una valida portavoce di tutti noi adulti, a partire dai vostri genitori, insegnanti e quant’altro: non ci è chiaro cosa significhi mettere in atto il comportamento di Maranza. Prima di cominciare a scrivere mi sono informata, ovvio, ma tutto quello che ho letto mi ha molto impensierita, possibile che sia questa la valida descrizione di quegli atteggiamenti che alcuni di voi giovani mettete in piedi auto-definendovi Maranza? La cronaca parla dei Maranza come giovani – molto spesso giovanissimi – che somigliano a sollevatori di malessere che si sfoga con movimenti di bullismo e cattiveria verso i coetanei, ma anche nei confronti del bene comune come monumenti, opere pubbliche, locali all’aperto, mezzi pubblici. Ho fatto un racconto sbagliato di questo pezzo di società che si sta diffondendo sempre più e che è composto proprio da voi giovani? Ditemelo, raccontamelo cosa significa Maranza ma soprattutto il piacere di esserlo perché questo mi sfugge e sfugge a tutti gli adulti. Siamo molto lontani dall’essere giovani come voi e capire il mondo che vi circonda e che create è davvero difficile. Comprendiamo il valore della vostra età, l’abbiamo avuta anche noi con i nostri modi e i nostri tempi, ma oggi sembra che il caos vi stia crescendo accanto. Il perché proviate piacere a mettere in moto certi atteggiamenti Maranza vorremmo saperlo da voi che vi definite così. Avete il vostro modo di vestire, ma questa è la bella gioventù, lontana dalla nostra e quindi è giusto che voi scegliate ciò che vi piace indossare, sono tutte impronte di riconoscimento che non possono mancare nel vostro guardaroba. E fino a qui tutto bene, ogni generazione ha il proprio modo di essere, è un segno di identificazione, ve lo dice una che era adolescente come voi oggi negli anni Ottanta e c’era da mettersi le mani trai cappelli, attorno c’era il look dei Paninari e tutti noi volevamo esserlo. Ogni generazione ha la sua storia infatti. Ma sembra che i Maranza di oggi cerchino la rissa, la provochino per strada e allora vi chiedo perché? Sento che accade sempre più spesso, non mi sembra un divertimento però è questa l’immagine che restituisce il termine Maranza. L’informazione poi aggiunge del suo e dice che voi giovani siete tutti così e questi servizi giornalistici che parlano in questo modo fanno accapponare la pelle. Possibile che siate compiaciuti di questo ritratto che vi viene fatto? Ora io lo so che troppo spesso noi adulti non capiamo voi giovani e per questo non credo che aspiriate tutti a diventare così. Concludo chiedendovi il favore di prendere le distanze da questo modo di essere. Un consiglio: date un corpo nuovo alla vostra immagine, siete altro, mettevi in mostra per quello che siete davvero. Nel caso di coinvolgimenti contrari alla vostra volontà chiedete aiuto a noi grandi, siamo qui per questo.
Quel Wapp in più che fa la differenza
E così, sbocciato per caso e con una certa rapidità, è nato il gruppo Wapp che mette insieme i contatti, i nomi, i volti dei miei cugini che, senza abitudine di vedersi, sentirsi, frequentarsi anche solo per salutarsi in occasione degli auguri di Natale, ora possono scambiarsi tutti insieme almeno un ciao. Siamo cugini, figlie e figli di sorelle e fratelli di papà, uniti in un gruppo che ha preso quota su iniziativa di Elena – cugina che io ho cominciato a frequentare da poco – che intendono costruire in questo modo un legame un po’ più forte del cenno veloce solo se capita e se è proprio necessario. Perché tra molti di noi, va detto, a un certo punto è sorta una barriera che nessuno oggi ricorda o addirittura capisce come sia nata. Dietro devono esserci certi battibecchi tra i nostri genitori con un’origine più che inutile se non addirittura stupida: il fatto autentico comprende, io credo, i meccanismi messi in moto proprio da loro, erano tanti e componevano una generazione che, senza cattiveria o desiderio di procurarsi dolore reciproco, in testa aveva un vissuto poco bello, come il ricordo di una guerra che era lì accanto quando erano troppo giovani per dare una spiegazione precisa a quello che stava accadendo. Penso che questo abbia aperto dettagli dal valore pesante che ha disegnato addosso una forte difficoltà per imparare il verso corretto di una comunicazione sana e matura. Mica che in gioventù litigassero tutti i giorni, certo no, ma invidie, gelosie e chiacchiericci inservibili, spesso stupidi, raramente venivano messi da parte. Ora tocca a noi riannodare le fila di quel che andato perso, ci siamo detti, i mezzi li abbiamo, la testa anche, quel tempo fa va cancellato, non serviva ieri figuriamoci oggi che sul banco mettiamo vite diverse e occasioni più facili, perciò ora è tempo per passare oltre. Insomma, Elena ha dato l’avvio a un’occasione che i nostri genitori non hanno avuto per mettere in piedi una discussione adulta, la forza del racconto e il potere di una risata in compagnia. Forse anche noi non ce la faremo, può darsi pure che il nostro gruppo resterà lì solo per suonare ogni tanto con miseri messaggi, chissà, solo alcuni di noi si raggiungeranno per una pizza, altri diranno sempre “no grazie, ci vediamo alla prossima”, che so, è probabile che non riusciremo a scovare nemmeno il numero di tutti malgrado l’impegno che ci siamo dati. Quello che do per certo è che papà è felice del nostro programma e io con lui.
Andrà come andrà
Mi stuferò fino al punto che mi salteranno i nervi in modo deciso contro tutti in famiglia come mai mi è successo prima? Forse. Perché sono stanca e anche preoccupata ma per andare avanti in modo maturo so di dover trovare la strada corretta. E quindi affiancare le richieste di tutti, mamma e fratello, perché vivono come me le tracce di un dolore troppo recente per avere un nome, questo lo so, ma prima di tutto riconosco che non va scaricato l’uno sull’altro come accade adesso. Loro due sono più forti di carattere di me, come lo erano di papà, perciò mentre mi passano davanti mi rovesciano sopra la testa il loro borsone di energie con continui “te l’avevo detto”, “tu lo sapevi”, “fai basta”, “sei sfibrante, ripetitiva”, e via sul tono. E potrebbe essere anche tutto vero ma è il massimo che so fare per cercare di trovare un equilibrio da dare anche a me stessa, soprattutto adesso che mi sento chiusa all’interno di una prigione di dolore e paure. Per tutto, per tutti. Fino a lei, la sclerosi multipla, che mi vive affianco sghignazzando, lei ride, la fortunella, che in me ha trovato un esserino debole e pigro, come le piace tanto fino a farmi credere che mi insegue per gettarmi dentro le sue radici infami. Giriamo pagina allora, lo so che non devo aver paura, mi conosco e farò quello che serve, perché anche arrivata al limite dovrò continuare con questi modi e su questa linea cercando di porre rimedio alle questioni che si sono aperte, anche pagando pene che non ho compiuto, soffocando pagine di dolore che è meglio stringere a me in silenzio, tentando magari di capire, solo capire, maldestramente forse, perché più di così non so fare ma serve, augurandomi invece che il peso da trasportare non aumenti come invece temo.
Ci piace così a noi
A Jesolo, ieri, è morto l’albergatore più famoso della città. Un sovrano direi, vista la divisione sociale ben netta che questi professionisti hanno disegnato – a tratti imposto – sul litorale dove vivo. È una storia ben radicata quella che i gestori degli alberghi hanno creato a Jesolo, nasce da lontano, dall’immediato secondo dopoguerra quando i primi di loro, quelli con più soldi, coraggio, intuito o addirittura sventatezza, hanno scelto di mettere in atto inventandosi addirittura una professione lungo le rive di un mare, l’Adriatico, poggiato sulla spiaggia dorata formata dalla sabbia in arrivo dalle Dolomiti. Perché – e questo va detto – prima di altri hanno avuto l’intuito di intravedere il desiderio di molti abitanti dell’immediato entroterra veneto di godersi il mare e di fermarsi qui, all’inizio anche solo per mangiare – che loro pronti hanno offerto – e poi magari per trascorrere anche una sola notte di piccola vacanza offrendo cosi lo spazio per farlo in comodità. È vero, la storia economica di Jesolo è nata in questo modo ma poi, poco alla volta, si è sviluppata ampliandosi sulla via di un progresso che le ha fatto imboccare strade diverse che hanno dato opportunità di lavoro a molte persone che ben presto hanno aperto negozi, bar, gelaterie, ristoranti, pizzerie, attività di attrazione e quant’altro. Ma, ma e poi ma e ancora ma dice l’albergatore di Jesolo, resta lui il centro di questo universo dell’accoglienza, lo sostiene con vigore e ambizione, lui costituisce una classe sociale in vetta, come parlassimo di re e duchi, molto più di marchesi o conti sia chiaro. Anche se in Italia nel 1946 un Referendum ha negato la sopravvivenza della monarchia, a Jesolo non sembra essere andata in questo modo. Evidentemente a noi ci piace così.
Care ragazze, cari ragazzi – IV
L’altra sera guardavo un film, non ne cito il titolo non ne vale la pena, non si tratta di un capolavoro – nel senso che ce ne sono mille di decisamente migliori e che meritano di essere visti, quindi tengo tutto per me, titolo, attori, regista e il resto – a ogni buon conto ho scelto di parlarvene per la battuta che lo apre. È il ricordo dell’ultimo anno di liceo, vecchi compagni di banco che si incontrano e con i quali anche dopo decenni dalla Maturità i rapporti sono rimasti vivi e luminosi. Proprio così. Il film comincia con uno scambio di considerazioni e con il ricordo di quello che si è in quella splendida parentesi di vita che è la gioventù e che va goduta fino in fondo accanto a quegli amici che tali rimarranno senza se e senza per sempre. A questo punto chiedo, volete che parli di me? Della mia di giovinezza? Degli amici che mi stavano attorno ieri così come oggi? Va bene, mi butto avanti e svelo un po’ di più di quello che sono a distanza dalla mia di Maturità. Nel 2000, poco dopo dalla fine del Liceo e una serie di controlli medici venni ricoverata nel reparto Neurologia del Policlinico ospedaliero di Padova che mi diagnosticò la sclerosi multipla, se non sapete che malattia è meglio così vuol dire non conoscete nessuno che ne è affetto, dico solo che non è una bella cosa e che in quel momento della vita non ero per niente felice, ma non sola e questo rese tutto un po’ più facile. Avevo la mia splendida famiglia accanto ma non solo, anche una flotta di amici da non poter dimenticare. Gloria, che viveva a Padova perché studiava lì, veniva a trovarmi tutti i giorni, dalla mattina alla sera per farmi compagnia e asciugare qualcuna delle mie lacrime oppure per ridere con me di quello che ci passava per la testa. La mattina mi portava brioche e cappuccino e poi tornava con pizzette e patatine fritte, caramelle, gelati. Fino al giorno dopo quando ricominciava con le sue coccole golose. E poi non è mai mancata la mia amica Federica con le sue parole, la sua presenza continua, pronta e calda, fatta di affetto e comprensione, Donatella, la fidata compagna di banco del liceo, con i suoi abbracci dolci e sinceri, Enrico, il capofila dei grandi dibattiti che ci hanno fatti crescere con il pensiero, Marina, il faro del mio Liceo, piena di quei talenti che avrei dovuto seguire di più, non ultimi i colleghi del lavoro a partire da Romina, Fabiana, Elettra, Michela, Graziana, Simona. Piccola precisazione: colleghi? No, amici autentici. E via su questa strada, perché ci sono tanti altri nomi da raccontare, Alessandra, Sara, Laura che anche solo dopo un cenno del mio capo corrono per stringermi la mano e dirmi “sono qui per te”. Finita qui? No, di certo no, la mia splendida classe di liceo presente anche solo con una parola quando ne ho avuto più bisogno, come di recente, con Grazia, Claudia, Sabrina, Francesco, Massimo, Deborah. Capito ragazze, ragazzi? Costruite fin da subito attorno a voi quel valore che si chiama amicizia e che si fonda non solo sul ricevere ma anche sul dare. Così crescerete, vi girerete a destra e a sinistra e non ci sarà mai uno spazio vuoto, per accogliere ma anche per dare. E credetemi non sono stata più sfortunata di altri per la malattia che mi porto in groppa, purtroppo è la vita a essere un po’ accidentata ma con gli amici attorno si affronta tutto e tanto si vince. Non dimenticate però che i buoni amici ci sono per voi ma anche voi dovete esserci per loro perché è come se tutto girasse dentro un grande cerchio che si chiude con una stretta di mano forte, sicura e ricca di amore. Che non deve mancare mai.
Queste righe inutili ma necessarie
Ma che… posso dirlo?… palle… semplice no, basta essere sinceri con sé stessi. E quindi traduco questo pensiero: perché sono così pigra da essere pronta a mollare la presa appena mi giro un po’ con la testa? Tipo? Questo blog. Me lo ero ripromessa proprio su queste pagine, soprattutto dopo aver deciso di licenziarmi, con più tempo a disposizione mi ero detta, sarò presente tutti i giorni, o anche solo con poca distanza da uno all’altro e invece sto già quasi mollando la presa, oddio qualche minima assenza ci sta pure non posso attribuirmene tutte le colpe, però… però. Mi conosco mascherina, perché se mi manca la voglia un giorno il volo parte, prima do la colpa a un pensiero che non va, quindi a un momento che gira male e continio così magari con uno sbarramento idiota di se e di ma associati all’insopportabile via vai di vi prego giustificatemi se sono assente senza che di fatto esista una cavolo di giustificazione plausibile. E via su questa china discendente sapendo bene che il tempo che passa a vuoto è come un gomitolo di lana che diventa sempre più grande da non srotolarsi quasi più. Scema io, poco da aggiungere soprattutto perché scrivere mi piace, mi tranquillizza anche soprattutto in un periodo come questo in cui ogni giorno sento una pugnalata dopo l’altra: l’assenza di papà – che come mi avevano detto si fa sentire, passo passo, sempre di più – e la poi la sclerosi multipla che senza troppe andate e ritorni è ben vigile e orientata accanto a me, la stronza. Allora due righe scadenti le ho buttate giù, giusto per dire oggi è andata così, domani voglio che vada meglio.
Qui con me manchi tu
E lo sapevo che prima o poi avrebbe gridato “eccomi, mi riconosci? Sono qui”, e lo sapevo che in mezzo a tutto, tra il silenzio delle mie speranze avrebbe allungato il collo per dire con i suoi toni malefici “cosa credevi, che fosse facile liberarsi del mio abbraccio fasullo e cattivo? Proprio adesso? L’illusa”. Ma certo che lo sapevo che la stronza di sclerosi multipla mi viaggiava accanto, la vedevo pure, la sentivo soffiarmi addosso – e che schifo – ma stavo zitta, rispettavo papà, non volevo dargli il dolore della preoccupazione per me che ha provato fino al suo ultimo respiro e allora cercavo di fare finta di nulla. Ma adesso Sua Maestà la regina sta ricacciando fuori le unghie con troppo e rinnovato vigore, sulle gambe per esempio, che mi fanno male, che sono rigide come due assi di legno e che quando si piegano lo fanno di botto col rischio di farmi cadere. La stronza non ha rispetto per niente, lei ci sguazza nel dolore degli altri, nello stress di un periodo da non poter nemmeno descrivere perché tutto è talmente diverso da spostare le fila della mia vita, quelle di ieri, quelle di oggi e quelle di domani su prospettive dai contorni così annebbiati da fare paura. È la sclerosi multipla l’unica a essere certa del suo futuro, sa anche troppo bene cosa fare di me, dove andare, dove portarmi, dove mettersi in sosta per approfittare di tutto quello di cui si è impadronita trasportando con sé anche il resto. Sento dolore e paura adesso, ma soprattutto tanta voglia di riavere papà qui con me.