Uno tra i più prestigiosi quotidiani statunitensi, il New York Times, ha eletto l’italiano L’amica geniale di Elena Ferrante il miglior libro del XXI secolo. Si tratta di un grande motivo di orgoglio per il nostro Paese: il romanzo è il primo capitolo della tetralogia (dal greco antico: elaborato artistico composto da quattro volumi) firmato da Elena Ferrante che quando uscì, nel 2011, fu uno dei più letti anche in Italia. Piccolo dettaglio: tutto il mondo letterario si interroga da anni per rintracciare la vera identità della sua autrice (o autore? Potrebbe anche essere così, si dice) perché le vesti di questa ottima penna non sono mai state identificate. Ciò che è sicuro è che il suo successo di vendite, il valore che gli è stato attribuito anche dalla critica letteraria internazionale non è legato al desiderio di scoprire il suo nome ma dalla qualità delle sue pagine. Motivo validissimo, questo, per invitarvi a leggerlo. Va detto comunque che sul valore della lettura in generale io ho convinzioni ben radicate e tutte molto più che positive e cercando opinioni sul tema mi sono imbattuta nelle parole che ha scritto Umberto Eco (a proposito: non perdetevi il suo Il nome della rosa, Premio Strega del 1981) che sono impossibili da non fare proprie: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Ma leggere aggiunge altro ancora, lo penso con tutta me stessa: il senso corretto delle pagine si stende addosso a chi ha il libro in mano, è qui che trova parole nuove che si trasformano in un capitale da conservare dentro la propria cassetta di sicurezza. Leggere, e in quantità, fa diventare ricchi anche perché aiuta a capitalizzare un patrimonio che rende più liberi. Senza saperlo ogni conversazione che mettiamo in campo diventa più ricca perché dotata di un’ampiezza lessicale che potenzia le nostre capacità di esprimere pensieri parlati e scritti. Leggere è piacevole, e non poco, ma è anche utile per renderci persone ben più che adatte ad aprire un dibattito ragionato con gli altri.
Autore: Quella che prova a farcela
Care ragazze, cari ragazzi – VII
Da venerdì 26 luglio a domenica 11 agosto, a Parigi, si svolgeranno i giochi della XXXIV Olimpiade moderna mentre da martedì 25 agosto a domenica 8 settembre, sempre a Parigi, la XVII edizione dei Giochi Paralimpici estivi. Due eventi imperdibili che portano con loro sport di primo livello, spettacolo ed emozione. Le Olimpiadi dell’epoca moderna nascono nel 1896 ad Atene: si tratta del più grande evento sportivo che fa rivivere lo spirito autentico di una gara che mette uno davanti all’altro atleti che appartengono a nazioni diverse e che collocano in campo principi esclusivamente agonistici, del tutto privi di sentimenti di odio né rancore. Ecco a voi il pensiero che il Barone Pierre de Coubertin, pedagogista e storico francese, volle trasferire dall’antichità all’epoca moderna facendosi mentore della prima edizione delle Olimpiadi Moderne. Fu fin da subito un evento sportivo nato per far vivere al pubblico lo spirito di gare che si svolgevano seguendo parametri in cui l’agonismo si manteneva su linee prettamente agonistiche, senza odi né rancori reciproci tra i partecipanti. Lo sport più autentico, insomma, che fa scendere in campo nazioni diverse che giocano sportivamente l’una contro l’altra senza mai comportarsi con disonestà. Ma perché vengono chiamate Olimpiadi Moderne? Si portano addosso un passato dal valore storico? Sì. E allora quando e dove nascono le Olimpiadi? Antica Grecia, addirittura, città di Olimpia, di qui il nome, seguendo un’epoca che va dal 776 a.C. al 393 d.C. Ma attenzione al dettaglio, durante il periodo in cui si tenevano i Giochi antichi tutte le guerre venivano sospese come forma di omaggio all’evento, ai partecipanti. In questa estate 2024 avremmo bisogno proprio di questo, vivere le Olimpiadi con un pensiero fermo che parli di pace, necessaria, assoluta. E siccome i tempi si sono evoluti chiediamola con forza la pace ma non temporanea e solo in relazione ai tempi sportivi. Auguriamoci un percorso diverso che, visto il presente tormentato che stiamo vivendo, possa superare ogni barriera politica delle tante guerre già aperte, le blocchi e non solo per il periodo delle prossime Olimpiadi.
Ma che afa fa
E alla fine il caldo che strema è arrivato. Ma del resto non poteva essere possibile che a luglio non ci gravasse in spalla, perfido e insolente come solo lui sa essere. Lo detesto, quando batte e guerreggia contro il mio sistema nervoso centrale non ne parliamo poi, e con l’indecenza che si porta appresso, per giunta, con quel po’ di sberle in più che planano contro la sclerosi multipla che gli sta appresso, cretina che non è altro. Ma senti un po’ che dico adesso. Torno indietro con le parole: non diamoglielo tutto questo merito alla sm. Perché ci pongo in mezzo un ma che apre una bella discussione su di lei, forse di difesa, addirittura. Infatti, ditemi voi il nome di chi cavolo lo sopporta questo caldo composto semplicemente di afa ferma e decisa: forza, su la mano, sveliamolo come la sm non viaggi seguendo posizioni avanzate rispetto al resto del mondo, se le temperature sono queste fa solo caldo, e per tutti. Infatti mica ho voglia di saltare in orizzontale, dico solo che anche se non hai la sclerosi multipla, se ne sei libero, sei solo più fortunato, ma queste temperature restano indecenti e basta, Prevale la voglia di startene in disparte, al fresco, con abiti leggeri, al sicuro dai guai, certo. E in fondo, ragionandoci, mica voglio assicurarmi tutti vantaggi: non esiste solo la sclerosi multipla tra le malattie, quelle che stremano dico, mica ho vinto chissà quale primato, se stai male stai male e il pacco da portare grava sempre in modo da piegare il collo con un vigore che è difficile da raccontare, anche perché sono troppe quelle che sdraiano a terra in modo immorale. Quindi oggi, per la prima volta, e proprio sotto questo caldo che detesto, mi guardo in giro con serietà e severità e lo dico: la sclerosi multipla non è una passeggiata – in sedia a rotelle, poi! – ma poteva anche andarmi peggio, diciamolo proprio e sotto questa afa. Sperando che Sua Signoria non si offenda e che non voglia farmi vedere di cos’altro è ancora capace.
Parigi/Londra/Liceo Classico
Poche settimane dopo aver aperto questo blog, anni fa, chiesi a Enrico, mio amico ed ex compagno di liceo, di darci un’occhiata, giusto per conoscere il suo parere, per avere un consiglio e per aiutarmi con un’opinione di cui mi sarei certamente fidata. Era estate, mattina, c’era molto caldo, venne a Jesolo per fare colazione insieme nella pasticceria dietro casa mia, ricordo che, presi dalla discussione, cambiammo molti tavoli per rintracciare l’ombra che si spostava con il passare delle ore. Era sottointeso il tema del blog: l’ospite mai voluta che mi si era calata addosso e che si chiamava sclerosi multipla. Lui che a casa aveva già letto tutto me ne parlava con una sostanziale approvazione fino quando fece considerazioni su quei post che divagavano dall’argomento centrale toccando invece ragioni che comprendevano anche temi politici e opinioni personali sul tema. “Non sono né richieste, né interessanti – mi disse – soprattutto rispetto alla tua ospite; non è certo piacevole sapere come si fa spazio dentro te ma è rilevante sentire come affronti il disordine che ti provoca”. Ci ragionai, approvai il suo consiglio e le mie considerazioni personali di tema politico sparirono. Fino a ieri sera con lo scrutinio finale delle elezioni politiche in Francia, quello che ho sentito, quello che ho letto. Non esprimo giudizi in merito ma una considerazione mi viene. I voti che hanno sostenuto portando alla vittoria Mèlenchon con il Fronte Popolare e al secondo posto Macron sono arrivati in gran parte dalla capitale Parigi, Le Pen e Bardella avrebbero conquistato il resto del Paese. Lo stesso meccanismo che ha portato il Regno Unito alla Brexit: me lo ha raccontato Donatella, compagna di banco al liceo, che oggi vive a Londra e che all’indomani del risultato del referendum del 2016 era sbalordita dall’esito, lei e i suoi amici londinesi mai avrebbero previsto questo esito tanto che in molti non erano nemmeno andati a votare sicuri che il Paese mai avrebbe accolto una tale proposta. Ieri ho scambiato un sacco di wapp con Marina – sempre il liceo! – e alle 19.10 circa ci siamo scritte: “Fatta, ma che strizza!”. Enrico, basta politica, promesso, ma stavolta serviva per dire che senza informazione, studio e preparazione si va dentro il pericolo. E non a caso in questo post, il nostro liceo è salito alla ribalta, come una capitale.
Gli occhiali che non sono d’oro
Sono arrivati gli occhiali nuovi, con la lente calibrata sul difetto ultimo venuto, quello che ha colpito quel balengo di occhio destro: quello da cui era partito il primo segnale di sclerosi multipla, quello da cui è venuta anche la cornea difettosa e, in omaggio, l’opacizzazione della cataratta, tanto per gradire. Il risultato è stato che per un bel po’ di tempo ho visto molto più che male, da lontano, da vicino, da un lato e via discorrendo. Da ieri ce li ho gli occhiali, belli che nuovi, oddio belli, ma che mi importa, serve solo che ci veda meglio perché da lontano, più che da vicino, il difetto c’era e con tratti molto netti. Appena indossati la testa girava, causa lenti progressive mi è stato detto, anche se le conoscevo già perché le portavo anche prima ma, evidentemente, ora la gradazione è maggiore e la differenza si è fatta sentire subito. Se può interessare vedo meglio da lontano, per leggere invece devo trovare la spigolatura corretta, non mi piace troppo come approccio alla pagina scritta ma va da sé, che se questo dovrò fare così si farà. Resta il fatto che da ieri un capitolo spinoso l’ho chiuso, mica roba da niente. La montatura invece, che dall’ottico mi era piaciuta un sacco fino a farmela scegliere subito, mi ha molto delusa invece: lenti troppo grandi e contornate da un supporto nero anziché blu come mi era sembrato, dal disegno troppo leggero nell’insieme, io, infatti, l’avrei preferito più spesso e tondeggiate anziché rettangolare. Per una cifra tutt’altro che modica però ho portato a casa anche due lenti che ripararono dal sole per non farmi accecare quando me ne esco di casa. Vabbè dài, da qualche parte il senso migliore delle cose va pur rintracciato .
Sveliamoli questi numeri romani
Sempre lo stesso titolo, seguito dalla progressione di un numero romano. Ma non ho mai detto quale ne sia l’origine, in che direzione va, perché arriva fino a qui. La storia parte da lontano e finisce al mio oggi, tormentato e demolito dalla morte di papà. Anni fa, Don Lucio, il mio parroco, seguendo traiettorie che in gran parte mi sfuggono, mi raggiunse chiedendomi di collaborare con lui per tentare di coinvolgere alle attività allestite per loro quelli che considera i suoi ragazzi. Mi sfuggono tanti dettagli di quella domanda ma so che dissi va bene e lì cominciò un percorso che fece bene prima di tutto a me perché mi portò a dire davanti a molti di loro “ciao, mi chiamo Cinzia, ho la sclerosi multipla”. Mica roba da poco, in quel momento ero sigillata dentro mutismi di debole protezione che all’improvviso avevo abbattuto. E quindi grazie, Don Lucio. Che poi mi domandò di scrivere con i ragazzi, o se non altro chiedere loro di farlo, ma su questo punto non portai a casa grossi risultati; poi pensammo di farli parlare delle loro debolezze e necessità, e anche qui peggio che andar di notte ma la causa fu solo mia che non ho né capacità né strumenti per affrontare un progetto di questa portata. Arrivò il Covid, con la sua tenda ben tirata sopra tutti noi che imballò di blocco ogni nostra manovra impedendoci di proseguire sulla strada maestra. Passato il grosso della bufera nacque il Giornale del Litorale, un contenitore per tutte le informazioni parrocchiali che portava con sé anche una rubrica dedicata ai più giovani, lo spazio intitolato Care ragazze, Cari ragazzi che Don Lucio mi chiese di guidare. Va bene, dissi. Ascoltando la sua domanda tracciai le fila di uno spazio che toccava argomenti a titolo libero allo scopo di far sentire i più giovani protagonisti di un pensiero su cui poter riflettere. Ci provai almeno, senza troppa continuità per essere sincera, per mancanza di tempo, così come di idee. Ma qui arriva papà, ogni volta che scrivevo per il Giornale del Litorale e Don Lucio pubblicava il mio pezzo lui, molto fieramente, andava in chiesa a ritirarne due copie, una per leggerla, l’altra per archiviarla tra le sue carte personali. Dettaglio: ho scritto per quasi vent’anni per un free press molto diffuso a Jesolo che raccontava ai turisti quanto veniva organizzato in città. Ricordo che papà lo sfogliava in un modo niente più che distratto. Il Giornale del Litorale? Altra storia, ne era orgoglioso per ragioni che non voglio nemmeno indagare. Lo sa lui, mi basta. Ma adesso sono io che non posso smettere di scriverci e nemmeno di pubblicare il testo qui, nel mio blog. Ecco dove sta la ragione di questa progressione di numeri romani associata a testi che cominciano sempre con il titolo Care ragazze, cari ragazzi.
Care ragazze, cari ragazzi – VI
Sabato scorso l’Italia del calcio ha chiuso la sua avventura europea e pure in malo modo. Premessa: di calcio capisco meno di niente quindi potrei mettere un bel punto e chiudere in fretta il mio intervento. Però mentre guardavo quel po’ di partita che mi è passata davanti ho fatto una serie di osservazioni che ora vorrei condividere con voi per sentire cosa ne pensate. Prima di tutto ho notato i toni arresi dei telecronisti e mi sono sembrati strani, non in linea con la consuetudine che spesso li accende di un entusiasmo un po’ esagerato, c’erano poi anche i volti scuri di certi spettatori illustri, il viso livido di rabbia di Buffon per esempio, che non so bene cosa ci fa facesse lì, ma, consapevole della figuraccia che la nostra Italia stava facendo, si vedeva a mille miglia di distanza che dappertutto avrebbe voluto essere tranne che là. Poi non ho potuto che fermarmi sui giocatori in campo: stessero giocando bene o meno non lo so dire, ma due cose le ho notate. La squadra era composta da atleti giovanissimi e tutti esageratamente tatuati. I dettagli mi hanno colpita e quasi certamente perché tra me e loro – come tra me e voi, del resto – c’è uno scarto anagrafico notevole eppure il giorno dopo ho letto sul social X una cosa che mi ha colpita: “se ciascun componente della nostra nazionale avesse trascorso più tempo sul campo ad allenarsi anziché steso sopra il lettino di un tatuatore forse ce l’avremmo fatta a passare il turno di questo Europeo”. Che ne dite? Siete d’accordo? Perché è ovvio che io lo sia, sono vecchia e ragiono seguendo traiettorie di pensiero diverse dalle vostre, però mi piacerebbe sapere che opinione avete. Vedere i risultati vincenti dello sport italiano è pura gioia infatti, l’Europeo di calcio del 2021 è impossibile che non la ricordiate, anche se siete giovanissimi, ma proprio perché lo siete un Mondiale con l’Italia in campo non sapete cosa sia. Certo non è solo colpa della squadra lo è anche degli allenatori, ma l’impegno di chi ci mette la forza per allenarsi è fondamentale. Prendete Sinner, diventato per la prima volta nella storia del tennis italiano numero 1 al mondo, io credo che ci metta tempo, cuore, coraggio in campo per allenarsi e infatti i risultati si vedono. Che ne dite? È questa la differenza che rende tanto debole il calcio italiano? E più in generale i buoni risultati arrivano dall’importanza che mettiamo sul piatto, che sia sport, studio, lavoro? So solo che a fine partita sono rimasta davvero colpita dalle parole di Donnarumma, il portiere di questa nazionale, che ho letto essere stato anche il migliore in campo e che si è scusato con tutti i tifosi italiani per le pessime prestazioni della squadra. Forse i tatuaggi ce li ha pure lui, ma il suo impegno è diverso e si vede. Impegno che, come una lezione di vita, esce allo scoperto sempre, che sia sport, studio, lavoro, appunto.
Questa cornea che è bellissima
“Cornea bellissima”, me lo ha detto ieri la dottoressa della Banca degli occhi dell’ospedale di Mestre mentre terminava la visita di controllo. A inizio febbraio ho fatto un intervento per il trapianto della struttura trasparente che stava davanti alla pupilla del mio occhio destro e che si era lesa peggiorandone le capacità visive. Sì, proprio quello destro, quello da cui era partita la diagnosi dell’interminabile storia che mi viaggia addosso e che si chiama sclerosi multipla, quello che allora presentava un nervo ottico talmente chiaro da essere simil-bianco anziché bello luminoso di un giallo carico come prevede la natura. Come le cose siano andate avanti dal momento di quell’accertamento è del tutto inutile ripeterlo, non ne vale la pena, almeno non in questo momento, è roba talmente nota. L’oggi ha un’altra piega invece, un’altra storia, altro destino, perché a me non piace vincere facile e quindi ho fatto i conti anche con una cornea rovinata come mi hanno detto i medici, anche se non a causa della sclerosi multipla, roba nuova, un valore aggiunto da cui non sono sfuggita, sia mai. Così è andata: circa due anni fa il mio oculista di grande fiducia (quello che nel 2000 mi accompagnò alla diagnosi di sclerosi multipla in poco meno di un mese in un’epoca in cui i ritardi della scienza medica la facevano viaggiare silente e maledetta spesso per anni prima di darle un nome) e dal quale ero tornata perché mi sembrava di dover fare i conti con un semplice abbassamento della vista, ancora una volta, in poche e rapide mosse ben assestate, ha chiuso velocemente il controllo medico rimandandomi a un altro collega per una valutazione più pertinente. E guarda un po’, sempre all’occhio destro. “Sclerosi multipla, ancora?” ricordo di avergli chiesto. “No” ha detto, ma scuro in volto, senza moti di spiegazione. Sono passata oltre, per mancanza di tempo, o voglia o anche solo perché quel “non è sclerosi multipla” aveva già chiuso il perimetro delle mie preoccupazioni che nascono e si interrompono sempre lì. Ma la vista ha cominciato a scendere di più per accompagnarmi, anche un po’ per un fortunato caso, sulle vette scientifiche della Banca degli occhi, centro specializzato che ha aperto davanti a me le migliori strade dell’oculistica nazionale conducendomi, in seguito all’entrata in una sala operatoria, al traguardo di ieri e alla mia nuova “Cornea bellissima”. E scusate se è poco.
Care ragazze, cari ragazzi – V
Me lo spiegate voi cosa significa essere Maranza? O ancora meglio qual è il piacere di esserlo? Io parlo per me ma credo di essere una valida portavoce di tutti noi adulti, a partire dai vostri genitori, insegnanti e quant’altro: non ci è chiaro cosa significhi mettere in atto il comportamento di Maranza. Prima di cominciare a scrivere mi sono informata, ovvio, ma tutto quello che ho letto mi ha molto impensierita, possibile che sia questa la valida descrizione di quegli atteggiamenti che alcuni di voi giovani mettete in piedi auto-definendovi Maranza? La cronaca parla dei Maranza come giovani – molto spesso giovanissimi – che somigliano a sollevatori di malessere che si sfoga con movimenti di bullismo e cattiveria verso i coetanei, ma anche nei confronti del bene comune come monumenti, opere pubbliche, locali all’aperto, mezzi pubblici. Ho fatto un racconto sbagliato di questo pezzo di società che si sta diffondendo sempre più e che è composto proprio da voi giovani? Ditemelo, raccontamelo cosa significa Maranza ma soprattutto il piacere di esserlo perché questo mi sfugge e sfugge a tutti gli adulti. Siamo molto lontani dall’essere giovani come voi e capire il mondo che vi circonda e che create è davvero difficile. Comprendiamo il valore della vostra età, l’abbiamo avuta anche noi con i nostri modi e i nostri tempi, ma oggi sembra che il caos vi stia crescendo accanto. Il perché proviate piacere a mettere in moto certi atteggiamenti Maranza vorremmo saperlo da voi che vi definite così. Avete il vostro modo di vestire, ma questa è la bella gioventù, lontana dalla nostra e quindi è giusto che voi scegliate ciò che vi piace indossare, sono tutte impronte di riconoscimento che non possono mancare nel vostro guardaroba. E fino a qui tutto bene, ogni generazione ha il proprio modo di essere, è un segno di identificazione, ve lo dice una che era adolescente come voi oggi negli anni Ottanta e c’era da mettersi le mani trai cappelli, attorno c’era il look dei Paninari e tutti noi volevamo esserlo. Ogni generazione ha la sua storia infatti. Ma sembra che i Maranza di oggi cerchino la rissa, la provochino per strada e allora vi chiedo perché? Sento che accade sempre più spesso, non mi sembra un divertimento però è questa l’immagine che restituisce il termine Maranza. L’informazione poi aggiunge del suo e dice che voi giovani siete tutti così e questi servizi giornalistici che parlano in questo modo fanno accapponare la pelle. Possibile che siate compiaciuti di questo ritratto che vi viene fatto? Ora io lo so che troppo spesso noi adulti non capiamo voi giovani e per questo non credo che aspiriate tutti a diventare così. Concludo chiedendovi il favore di prendere le distanze da questo modo di essere. Un consiglio: date un corpo nuovo alla vostra immagine, siete altro, mettevi in mostra per quello che siete davvero. Nel caso di coinvolgimenti contrari alla vostra volontà chiedete aiuto a noi grandi, siamo qui per questo.
Quel Wapp in più che fa la differenza
E così, sbocciato per caso e con una certa rapidità, è nato il gruppo Wapp che mette insieme i contatti, i nomi, i volti dei miei cugini che, senza abitudine di vedersi, sentirsi, frequentarsi anche solo per salutarsi in occasione degli auguri di Natale, ora possono scambiarsi tutti insieme almeno un ciao. Siamo cugini, figlie e figli di sorelle e fratelli di papà, uniti in un gruppo che ha preso quota su iniziativa di Elena – cugina che io ho cominciato a frequentare da poco – che intendono costruire in questo modo un legame un po’ più forte del cenno veloce solo se capita e se è proprio necessario. Perché tra molti di noi, va detto, a un certo punto è sorta una barriera che nessuno oggi ricorda o addirittura capisce come sia nata. Dietro devono esserci certi battibecchi tra i nostri genitori con un’origine più che inutile se non addirittura stupida: il fatto autentico comprende, io credo, i meccanismi messi in moto proprio da loro, erano tanti e componevano una generazione che, senza cattiveria o desiderio di procurarsi dolore reciproco, in testa aveva un vissuto poco bello, come il ricordo di una guerra che era lì accanto quando erano troppo giovani per dare una spiegazione precisa a quello che stava accadendo. Penso che questo abbia aperto dettagli dal valore pesante che ha disegnato addosso una forte difficoltà per imparare il verso corretto di una comunicazione sana e matura. Mica che in gioventù litigassero tutti i giorni, certo no, ma invidie, gelosie e chiacchiericci inservibili, spesso stupidi, raramente venivano messi da parte. Ora tocca a noi riannodare le fila di quel che andato perso, ci siamo detti, i mezzi li abbiamo, la testa anche, quel tempo fa va cancellato, non serviva ieri figuriamoci oggi che sul banco mettiamo vite diverse e occasioni più facili, perciò ora è tempo per passare oltre. Insomma, Elena ha dato l’avvio a un’occasione che i nostri genitori non hanno avuto per mettere in piedi una discussione adulta, la forza del racconto e il potere di una risata in compagnia. Forse anche noi non ce la faremo, può darsi pure che il nostro gruppo resterà lì solo per suonare ogni tanto con miseri messaggi, chissà, solo alcuni di noi si raggiungeranno per una pizza, altri diranno sempre “no grazie, ci vediamo alla prossima”, che so, è probabile che non riusciremo a scovare nemmeno il numero di tutti malgrado l’impegno che ci siamo dati. Quello che do per certo è che papà è felice del nostro programma e io con lui.