5×1000

Certo che ne ho parlato anche negli anni passati e certo che ne ho scritto con gli stessi toni che userò adesso mica è cambiato nulla.

Tempo di tasse e ampio spazio da dedicare alla ricerca scientifica indicando il 5×1000 preferito. C’è molto tra cui scegliere, lo so, io vi invito a prendere in considerazione Aism-Associazione italiana sclerosi multipla inserendo nello spazio preposto il codice fiscale della fondazione.

Fondazione di AISM 95051730109

Egoismo il mio? Certo che sì, nella piena consapevolezza tuttavia che un qualunque successo scientifico raggiunto per me e la mia salute arriverebbe un po’ tardi credo, non mi gioverebbe poi troppo ma solleverebbe il velo su una certa soddisfazione personale. Come una sorta di vittoria sportiva di fine campionato contro la squadra vincente, nessuna coppa ma almeno la forza di una bandiera da sventolare sugli spalti. Grazie.

Care ragazze, cari ragazzi I

“E così arrivato giugno, ecco che ci siamo, è tempo di terminare l’anno scolastico e per voi che siete alla fine delle scuole superiori c’è l’appuntamento con il temuto Esame di maturità. Ricordo bene quel momento­: liceo classico prima prova scritta italiano, seconda prova scritta greco e poi quattro materie orali tra cui scegliere le due da portare davanti alla commissione. Altri tempi, me ne rendo conto, una prova che così composta per voi giovani ha il valore dell’antichità e non posso che darvi ragione, del resto era il 1991, e qui vi consento di fare una risata, avete ragione. Ma è il concetto di base che non cambia, anche se tra il mio e il vostro esame è passato tanto tempo  i pensieri che la Maturità muove sono gli strssi, rappresentano quel punto di arrivo che apre davanti a sé mille e più strade. Prima di tutto per affrontarlo ci vuole tanta calma, ma attenzione, proprio perché ci sono giù passata posso rassicuravi, non è poi tanto difficile quanto sembra, nel senso che in qualche modo lo si supera. Un buon punto di inizio è aver studiato ovvio, certo per tempo, cominciare solo adesso non è sufficiente. Sai la scoperta mi potete dire: lo sapete bene, è ovvio che avreste dovuto mettetevi in moto mesi fa, anche qualche anno scolastico fa se è per questo, ma lasciarvi trascinare dal panico e dalla paura di non farcela proprio non aiuta. Mettetevi sereni quindi, sappiate che un po’ tutti lo vivono con l’ansia del grande traguardo da raggiungere ma alzare bandiera bianca ora è la mossa peggiore che possiate mettere in atto. Sapete perché? Spiace quasi dirvelo ma la vera grande strada incrinata si aprirà davanti a voi dopo, una volta avuto il diploma in mano, e ora che ci faccio vi direte? Molti di voi già lo sanno, vi stringo la mano, sono scelte impegnative e sapere come vivere il proprio futuro lavorativo è quanto di più impegnativo si possa mettere in atto. Quindi, bravi. Ma anche qualche dubbio ci sta, figuriamoci se non ci sta, si tratta di voi della vostra vita di domani. Università? E quindi quale facolta intraprendere. Lavoro? Va benissimo. Ma cosa e dove soprattutto. Cercare in Italia, all’estero? Tutto è lecito, tutto è lì per voi. Ma alla fine una cosa fatemela dire, anche se magari non vi piacerà troppo: care ragazze, cari ragazzi, ora state che state girando una pagina fondamentale vi si chiede di farlo con energia e consapevolezza. Se a scuola era concesso e perdonato un po’ tutto, un brutto voto, un comportamento esagerato o maleducato adesso che debuttate nel mondo dei grandi, università o lavoro che sia, vi accorgete subito che la vostra vita sta prendendo un moto diverso, richiede tanta consapevolezza e responsabilità”

Cartoline da Jesolo

Ieri, pranzo davanti al mare, seduta ai tavoli di un ristorante jesolano che dà sulla spiaggia in questa fine maggio che si porterà appresso l’estate 2024, che sembra tanto pigra ad arrivare ma poi, spazio poco e sarà qui, figuriamoci se non ci raggiungerà. Ne avevo bisogno di avere davanti agli occhi di nuovo il mare, un momento di pensieri da mandare avanti e portare indietro lenti, lenti come questo periodo che cambia e poi resta lo stesso. Ma ieri è stato giusto cosi, come il tempo per pensare a come alla spiaggia di Jesolo, quella che mi ha fatta crescere, tra lavoro e divertimento, sole e voglia di buio, spensieratezza ma anche pensieri complicati, devo molto. Bevendo il caffè, mentre guardavo la spiaggia mi è stato impossibile non pensare a quel periodo in cui la vivevo da protagonista con quegli amici che anche oggi per fortuna sono attorno a me. Affittavamo un paio di ombrelloni e la domenica – come ieri – ci si radunava tutti lì seguendo copioni che di volta in volta potevano cambiare ma che alla fine si componevano degli stessi meccanismi: discussioni sul chi vive, l’attualità sviscerata fino al dettaglio con la competenza di chi legge, studia, si informa senza sconti, ma poi anche chiacchiere con pettegolezzi, passioni personali da condividere “vi prego ascoltatemi”, qualcuno che si prendeva più spazio con le parole, qualcun altro che si metteva da parte per un attimo “m’è venuto un po’ di sonno”, altri che piano piano sotto quegli ombrelloni si innamoravano. Fino a sera con lo spritz che certo non mancava – siamo veneti, l’abbiamo inventato noi, non scherziamo – per chiudere con la pizza che non poteva certo non esserci. Saluti da Jesolo.

Due mesi

Dopodomani saranno due mesi, papà. E manchi tanto lasciando quel senso di vuoto e malinconia che tocchiamo sempre più forte. Se vado a fondo col pensiero sento dolore, solo dolore, assenza per le cose che facevi, anche quelle banali e che vorrei rivivere. Oggi davanti casa nostra parte una maratona in notturna che fanno ogni primavera e che sto impatando a detestare proprio perché è come se quest’anno avesse inciso il tuo nome. La partenza: te la guardavi, scendevi le scale e stavi li sul via, aspettavi gli atleti  in rampa di lancio, l’inno, salutavi i tanti del pubblico che conoscevi e poi tornavi in casa per cena. Stasera saranno tutti al via senza te. Come noi.

Bugiardino

Io i bugiardini dei tanti farmaci che assumo non li leggo più. Da almeno trent’anni. A che mi serve del resto? Per trovare una soluzione – improbabile – alla sclerosi multipla? Per cortesia tiratevi da parte. Fino all’altra mattina quando ne ho preso in mano uno senza una ragione precisa, per cercare qualcosa che nemmeno ricordo. Era quello di una bottiglietta di gocce sul quale tra le altre cose ho letto una riga o poco piu. Definiva che uno degli effetti era regolarizzare i miei umori mantenendoli su una linea costante per non farli oscillare troppo tra gli alti e i bassi dei sentimenti che provoca il mio vissuto. Ecco il contenitore di tutte le tante lacrime che in questi mesi dopo la morte di papà non sono scese, mi sono detta, trattenute da quelle gocce che appena prese mi fanno chiudere gli occhi lanciandomi in un sonno un po’ più che profondo. Sono state prescritte anni fa dai miei neurologi perché forse avevano notato quegli andirivieni del mio stato d’animo divenuto poco stabile, evidentemente trovavano necessaio trattenerlo dentro limiti diventati sempre più difficili da gestire. Tipo? Io ho paura della sclerosi multipla. Ma di più. Solo ora io me ne rendo conto, Sua Signoria mi chiude in una solitudine che non si scalfisce tanto è dura da farsi accettare e quindi io per mia iniziativa resto sola, abbandonando il mio tempo in finti spazi di libertà. Me lo dico sempre di volare via, di concedere più tempo alle persone che mi vogliono bene e che ci sono, eccome se ci sono, mentre io, senza alibi o giustificazioni, resto qui, ferma, immobile abbracciata a Sua Maestà sclerosi multipla. Neanche fosse simpatica o piacevole come compagna di viaggio.

E mio papà sorriderà quella sera

È successa una cosa molto strana al funerale di papà. Ma soprattutto molto bella. Perché lo so che l’avrebbe reso felice. E tanto mi basta. Come in tutte le famiglie succedono cose strane, tipo liti e scontri spesso stupidi e immotivati, soprattutto in quelle numerose e in questo caso sono una fidata testimone. Papà aveva dieci fratelli che alla fine nell’insieme avevano dieci mogli, e io una marea di zie e zii, cugini e cugine un risultato che molto spesso ha prodotto liti, motivate da invidie, stupide e malmesse, parole dietro le spalle e sa il cielo cos’altro. C’era uno zio nel dettaglio e una zia, e tre cugini, i loro figli, con cui non ho mai avuto granché di rapporti, anzi niente per la precisione. Sa il cielo cosa sia successo, io non lo so almeno, loro chissà, non l’ho mai chiesto a miei e anche qui chissà poi perché. Ma al funerale di papà c’erano due dei tre cugini: Elena, che ha chiesto di poter leggere un Vangelo in apertura della celebrazione – e che io non ho nemmeno riconosciuto, tanto per chiarire -, Maurizio, che al termine di tutto ha aspettato per venire a salutarmi e abbracciarmi. Ero felice del suo gesto, per me, per la mia famiglia e per papà soprattutto, che lo meritava. L’ho detto a Maurizio aggiungendo che qualunque cosa fosse accaduta in passato tra le nostre famiglie ero felice che lui fosse lì, siamo adulti, voltiamo pagina, spetta a noi adesso gli ho detto. E lui pochi giorni dopo è venuto a casa mia con la moglie per bere un caffè per salutare anche mamma. Tra qualche settimana io lui, Elena e mio fratello andremo a mangiare una pizza insieme, ci siamo già organizzati e mio papà sorriderà quella sera.

Un amore di Swan

Ho ricominciato a leggere e quindi mi sono detta “facciamolo per bene”. E ho preso in mano un romanzo che avevo in casa credo da almeno un decennio, se non di più, Un amore di Swan, Proust. Addirittura, da qui spingo sull’acceleratore insomma. Ricordo che quando lo comprai, nella libreria appena aperta vicino a casa e che ben presto diventò una sorta di rifugio e di chiacchiere per me, di quelle pagine sapevo poco, diciamo nulla. Ma in quel momento mi sentivo troppo ignorante per rivelarlo, ricordo che quando decisi di compralo lo presi e lo ripresi in mano più volte, girandolo e rigirandolo per cercare di capirne di più, ma la quarta di copertina per esempio non mi correva in aiuto, composta com’era da poche e misere righe. A che punto della Recherche si collocava quel romanzo non lo diceva, solo titolo, nome dell’autore e qualche scarso riferimento senza grande valore e basta così. Io sapevo solo che a Proust si doveva il valore monumentale di un’opera composta da nove volumi eppure la definizione dei singoli titoli mi era ignota, volevo cominciare a leggere l’autore a partire dal primo capitolo, ovvio, il web sui cellulari all’epoca non c’era e rivelare la mia ignoranza per chiedere consiglio alla libraia, la cosa più normale da fare, significava abbassare il velo sulla mia ignoranza, sia mai. Ebbene, lo comprai lo stesso quasi con sfacciataggine e uscii. Poi quella libreria prima che chiudesse divenne quasi una seconda casa per me, la proprietaria una delle mie amiche e tra quegli scaffali passai molte bellissime ore. Ma quel Proust, come tutti gli altri, non l’ho mai letto. Ora ho deciso e l’ho ripreso in mano scoprendo che non fa parte della Recherche ma è una sorta di romanzo nel romanzo – presente la Monaca di Monza dei Promessi Sposi? – ma questo ho e questo leggo, diciamo che ci provo: cavolo facile nemmeno un po’, ma non mollo, certo che proseguo lenta lenta che di più non potrei, è il periodo mi dico. Sì è vero, sto vivendo un momento che sconfina con il dramma e le capacità di concentrazione sono ridotte all’osso, ma la difficoltò che mi dà Proust è dettata alla mia pura ignoranza, non devo cercare troppi alibi insomma. Anzi meglio dirlo.

Colore, taglio e piega

E quindi, mi chiedo, quando deciderò a tornare di nuovo dal parrucchiere? Giusto per coprire di colore queste strisce bianche che mi ricoprono la testa, tagliare la folta chioma cresciuta a dismisura senza senso né direzione, placcare la secchezza generale che si presenta sempre più abbondante dopo ogni lavaggio? Mica per fare chissà che ci tengo a chiarire, diciamo il giusto che basta per poter riavere un aspetto almeno presentabile. Eppure mi manca la voglia di andare, cavolo, piove sempre quando mi decido, accidenti, non trovo posto quando chiamo per prenotare, maledizione, e alla fine rimango così, con un aspetto trascurato e malmesso. Potrebbe interessami meno di zero visto il periodo che si è messo in moto attorno a me, ma riconosco che un piccolo aiuto potrebbe corrermi in soccorso: tipo alzarmi la mattina, guardarmi allo specchio, vedermi un pochetto meglio, osare pure e stendere sulla pelle del viso due dita di crema idratante di buon livello e perché no, anche quel po’ di fondotinta per aggiungere un colore dignitoso a un incarnato spento. Ieri sono andata alla festa per il cinquantesimo di matrimonio dei miei zii e, posto che io non mi sento mai in imbarazzo perché la presenza di sclerosi multipla più sedia a rotelle sono ormai un dato riconosciuto della mia vita, tra una portata e l’altra ho avuto modo di osservare le ragazze attorno a me, cugine perlopiù, e la differenza con me era netta. La loro maggiore cura per l’aspetto fisico era fin troppo evidente. Mi interessa? Se l’ho notata evidentemente sì, ma se volessi intervenire dal profondo come potrei fare: sclerosi multipla non scomparirebbe, figuriamoci, e sedia a rotelle nemmeno. Devo almeno tornare agli ambiti di vita cui ero arrivata, volente o nolente, fino a tre mesi fa, fino a prima che fosse chiaro che papà stava andando via da me. E invece no, questo stato d’animo che vivo oggi sottomesso al resto del mondo sembra un’alzata di bandiera bianca e non va bene. Penso a papà che non ha più la possibilità di mettersi qui accanto per fare da scudo ai miei pensieri neri. Va bene, questo ultimo pensiero mi basta: domani si volta pagina e si prenota dal parrucchiere.

Giù le mani, regina

Ho ripreso a leggere, la cornea sembra mi dia tregua – a fine giugno c’è in programma la visita che chiude il cerchio -, papà l’avrebbe voluto che tornassi a prendere in mano un libro e anche a scrivere, altra cosa di cui era fiero, illudendosi che io fossi Proust. Il mio caro papà. E la sclerosi multipla come esce da questi mesi di massacro? Irritata la bella e centralissima donna che poggia le su meni da oltre vent’anni sulle mie spalle. Messa da parte dagli altri e più importanti pensieri degli ultimi tempi ora lo so già che ci penserà lei coi suoi lenti, ma non troppo, passetti in avanti a prendersi lo spazio che le serve per sedere nel suo maledetto trono di regina della mia vita. Ed è già in movimento, bella stronza quale è. Domenica pomeriggio ero fuori per qualche acquisto e mi sono fermata davanti a uno specchio, di quelli che mettono nei Centri commerciali, quelli che nascono per rendere belli i clienti spingendoli all’acquisto facile, quelli che fanno portare a casa anche abbigliamento sbagliato che sembra perfetto ma che forse, guardandolo meglio, già alla cassa somiglia a un errore. Ma io non ho dovuto tornare a casa per fare troppi conti: davanti a quello specchio mi sono vista brutta, magra, con le gambe poggiate sulla mia sedia e pure storte, insolentita dalla mia abbondante dose di sclerosi multipla e da quel dolore che papà con la sua morte non avrebbe mai voluto darmi. E questo lo so. Devo rimboccarmi le maniche adesso, cercare un nuovo filo conduttore a cui appigliarmi – se c’è – per scovare l’àncora sconosciuta per la via di fuga da questo massacro di fiato che sta soffiando davvero forte contro di me.

Cinquantesimo di matrimonio

Domenica prossima io, mamma e Luca andremo alla festa per l’anniversario numero 50 del matrimonio di mio zio Elio, fratello più giovane di papà. Quando zio e zia invitarono la mia famiglia alla loro festa papà c’era ancora. Appariva comunque sottinteso che all’occasione, a differenza dei miei cugini – mio fratello compreso –, la richiesta di partecipazione era rivolta anche a me e non solo a mamma e papà: sclerosi multipla e “amata” sedia a rotelle avevano svolto il loro ruolo, va da sé. E poi appunto papà. Invitato, ovvio che sì. Ma lui non ci sarà. Ricordo comunque che quel pomeriggio – mentre io pensavo alla necessità di comunicare quanto prima alla responsabile del personale dell’azienda per la quale lavoro la data della mia assenza – lo sguardo mi cadde su papà che seduto sulla sua poltrona fissava terra. Non sorrideva come era solito fare di fronte alla possibilità di trascorrere del tempo per una festa con la sua famiglia: sguardo incollato sul pavimento, invece, lo ricordo bene, la cosa mi colpì molto senza voler dare un nome o un perché alla cosa. Ma oggi è diverso tanto da chiedermi: sapeva? Immaginava? Me lo domando  anche per mille cose che sono accadute nel periodo prima che morisse. La fretta che lui ha impiegato per andarsene ha un significato? Per non farci soffrire oltre conoscendo le nostre debolezze che proprio lui curava con tanta e costante attenzione? Come se con il suo rapido e improvviso lasciarci potesse limitare il dolore della nostra sofferenza anticipando invece la sua? Non mi stupirebbe questa verità. Troppe coincidenze che forse mi pianto in testa per cercare un vago perché a tutto. Penso a quel sorriso grande che ci dedicava ogni volta che entravamo nella stanza dell’ospedale dove poi è morto, a quella mano che a destra stringeva me e a sinistra mamma. Fino a quell’ultimo giorno.