Ieri sera è cominciato Sanremo 2021, quello più difficile, quello che non si doveva fare forse, o forse anche sì, non mi esprimo, perché le ragioni di questa nuova edizione hanno tentato di spiegarle in tanti ma nell’insieme mi sono sembrate giustificazioni di sistema non molto di più. Ma tant’è. La prima cosa che ieri sera mi è saltata agli occhi mi ha dato oltretutto molto fastidio. Un continuo, celebrato e ammesso mancato rispetto delle norme di sicurezza anti Covid da parte di tutti i personaggi che si muovevano sul palco dell’Ariston, anzi quello che s’è visto è stato lo scambio di molti baci, strette di mano mai risparmiate e risate di sottofondo nei confronti delle più rigorose disposizioni di sanità. Poi che i due conduttori possano essere già stati vaccinati e che si sentano superbamente più liberi del resto del popolino è un’ipotesi valida ma non è una scusa sufficiente: su Raiuno, tv di Stato, nel pieno di una lotta senza confini né di spazio, né di tempo, il riguardo per quello che si deve necessariamente fare è un obbligo morale. Capitolo cantanti. Ne ho visti pochi, ne conosco ancora meno e così mentre mi passavano davanti mi sono addormentata, i tempi del Festival si dilatano e io figuriamoci se li reggo. Fino a quando a svegliarmi non è arrivata Loredana Bertè, la sua nuova canzone, una fuori serie che anche nel sonno travolge e fa venire voglia di estate, di risate, voglia di cantare, voglia di ballare. Di normalità. Come quando io ero piccola ed erano gli anni Ottanta, decennio senza ragione, facile, con pensieri sotterranei forse, certe tracce fangose di quello che sarebbe stato di lì a poco ma che faceva comodo non leggere a fondo perché il clima era acceso da lampi di luce. Anche grazie a Loredana Bertè sempre lì, presente ogni estate a far brillare con le sue canzoni il meglio che avevamo attorno. Perché lei l’ha scritta eccome una pagina importante di musica italiana, senza l’arte di De Gregori o Dalla o altri come loro meglio dirlo subito, ma fa niente, quando d’estate uscivano le sue note te li sentivi attaccati alla pelle il sole che ti bruciava la pelle e il sapore del mare addosso. È da ieri sera che covo il grande sogno di vederci tutti ai blocchi di partenza di un’estate vaccinata e di nuovo libera. La regina Bertè la canzone ce l’ha già regalata.
Autore: Quella che prova a farcela
O è solo malinconia?
Mi ha chiamata uno dei miei ex capi, l’unico da cui avrei tollerato una telefonata, a cui avrei risposto, di cui ho ancora il numero. Mi ha buttato sul piatto una micro proposta di lavoro, una collaborazione casalinga, uno smart working singolare che farebbe venire a galla quello che si faceva in ufficio quando si lavorava insieme. Ho detto va bene senza pensarci troppo su, con una serie di clausole ben chiare che erano già previste, ha detto. Non si tratta di rivoluzionare la mia vita lavorativa di oggi, non cambio nulla, continuo a fare quello che faccio, ma se tutto va in porto mi consento di riaprire varchi che potrebbero farmi star bene soprattutto perché in ballo ci sono angoli di passato nutriti anche di pura bellezza. Dentro il progetto ci entro io, la mia ex compagna di scrivania, amica di ieri, amica di oggi e lui, quell’ex capo che non è certo l’ultima delle cause di quel feroce licenziamento ma che almeno era quello bravo. Rileggo le ultime righe e dentro ci trovo tutto quello che quasi vent’anni di lavoro hanno scritto nella mia vita. Tanto, compreso quel doloroso seppure inevitabile finale. Ma ho accettato lo stesso. Credo abbia prevalso la voglia di far riaffiorare il meglio di quell’esperienza che pure c’è stato e che oggi per molti versi mi manca da morire: la mia ex compagna di scrivania e un certo clima leggero di cui anche quel mio ex capo faceva parte. Era la comunicazione il nostro lavoro e in questo ambito proprio quell’ex capo, la mia ex compagnia di scrivania e io eravamo senza dubbio i più dotati ma nel momento in cui la direzione ha cominciato a declinare proprio noi tre non siamo stati in grado di imporre a sufficienza le nostre volontà sugli altri, richiedere maggiore aggiornamento che ci serviva e che dovevamo imporre al resto della squadra, quel gruppo di incapaci, imbelli e incompetenti che si era assunto il ruolo di guidare il carro che ci ha portati dove ci ha portati. Ecco fatto il riassunto di un’epoca ancora tanto presente nella mia testa. E quell’ex capo che si è rifatto vivo con me e la mia compagna di scrivania per chiedere una collaborazione per un suo nuovo progetto è lo stesso che al momento giusto non ha battuto i pugni sul tavolo spingendoci a fare altrettanto, ad alzare la testa e chiedere più qualifiche, rifiuto per certi lavori inutili, pretesa di maggiore rispetto per le idee che di fatto avevamo: eravamo o non eravamo noi tre quelli che tiravano avanti la baracca e meglio avremmo potuto fare se solo il timone fosse stato nelle nostri mani? Ma è il coraggio che è mancato a quell’ex capo e forse anche a noi due, amiche prima che colleghe, perché arrivati al dunque della questione avremmo dovuto metterlo all’angolo per dirgli una cosa del tipo guarda ragazzo che noi si resta solo se tu cambi rotta altrimenti tanti saluti. E ora ci troviamo qui con questa sua richiesta. Punto di ripartenza? Desiderio di provarci ancora? O forse è solo un po’ di sana malinconia?
Operazione finale
Fatto. Il richiamo anti Covid intendo e proprio ieri poi ad un anno dalla prima presa d’atto che il mondo stava cambiando. Avevo più paura questa volta rispetto alla prima, i colleghi che ci erano passati prima di me non si erano risparmiati i lamenti paragonadolo a una piaga d’Egitto che nella migliore delle ipotesi provocava febbre alta e dolore di traccia altissima. Per ora io non posso lamentarmene troppo invece, un po’ di male al braccio dove mi hanno iniettato il vaccino questo sì e pure nell’altro – per solidarietà mi ha detto un’amica, facendomi ridere tantissimo – ma poi ieri pomeriggio niente attacchi di calore improvvisi che l’altra volta mi avevano accompagnata fino a sera, forse nell’insieme qualche fastidio in più alla muscolatura compensati però da una bella dormita stanotte che non fa mai male. È troppo presto per cantare vittoria? Vale la regola dispensata dai virologhi da bar secondo cui sono proprio gli effetti collaterali a comprovare l’efficacia del vaccino? Non sono più una bambina e quindi il mio fisico è addestrato meglio di uno più giovane a difendersi? Sarà come sarà ma so di aver concluso un percorso fondamentale, tra i pochi in Italia oltretutto e questo non senza provare qualche senso di colpa nei confronti di chi rimane in attesa del suo legittimo momento senza nemmeno sapere per quanto.
La tregua
Sabato con una certa sicurezza farò il vaccino anti Covid parte seconda, ovvero la conclusione di un percorso molto ma molto importante, fondamentale vista la situazione attuale. Sono emozionata ma a tratti anche un po’ spaventata, più della prima volta, due settimane fa. Il fatto è che molti dei colleghi della struttura per la quale lavoro e che già hanno fatto il secondo vaccino sono stati più male della prima volta con febbre, dolori muscolari durati giorni e giorni e io, che sono certamente più fragile, temo per le conseguenze che potrebbero aprirsi su di me. Ma giro subito pagina e penso alla fortuna che ho per questa occasione che mi viene servita in perfetto orario e soprattutto senza ostacoli e allora i pensieri negativi e la paura li metto in disparte: sabato farò il vaccino e mi godrò anche i due giorni di risposo successivi certamente utili a ridarmi nuova energia. La cosa importante infatti è che io farò il vaccino, lo stesso che in Italia dopo una partenza che sembrava regolare e ben disciplinata si trova imballato dentro meccanismi dal sapore poco chiaro. Eccola la ragione che per settimane mi ha fatta pensare che poterlo fare con largo anticipo rispetto a tutti altri per il solo fatto di avere il lavoro giusto nel posto giusto mi sembrava quasi un furto. Fino a quando non mi è arrivata la newsletter di AISM-Associazione sclerosi multipla che mi informava come il Ministero abbia inserito la patologia in prima categoria, i suoi malati verranno chiamati per fare il vaccino fin da subito e davanti a tutti gli altri e non tanto perché immunodepressi ma espressamente perché affetti dalla bella stronza. Quindi ho solo potuto anticipare i tempi, nessuna rapina, tutto onore guadagnato sul campo.
Parigi o cara
Mi è capitata tra le mani una foto di diversi anni fa, ’94 o ’95 poco più poco meno, il ricordo di una vacanza a Parigi, quattro amiche allegre, La Défence a fare da scenografia a sorrisi ventenni, spalancati e accesi. Non è la prima volta che la vedo, nessuna novità per me, una foto ben nota e legata ai bei momenti passati con carissime amiche. Fino all’altro ieri quando rivederla è stato invece come un no deciso verso le mie emozioni, uno squarcio aperto, e non so nemmeno perché. Diciamolo, sopra quel sorriso, il mio di sorriso, ho letto mille speranze tradite, sogni infranti, ambizioni sotterrate dal fango. Per la prima volta sono tornata indietro nel tempo e ho visto quella che ero, quando non avevo segni disegnati sul corpo e figuriamoci nella mente di quello che sarebbe accaduto, all’oggi che si trascina avanti solo con fatica. Sclerosi Multipla era un nome senza significato, non era la veste pesante di adesso con cui convivo da oltre vent’anni portandole pure rispetto, comanda lei. Non so cosa mi sia successo con quella foto tra le mani, anche perché non è l’unica ante diagnosi che mi capita di vedere ogni tanto, ma forse in questo caso è stato il carattere che si porta addosso a farmi male, il profumo di quella giovinezza senza risultati che ritrae a farmi scendere mezza lacrima e a cambiarmi l’umore. Ma poi mi sono rimessa in carreggiata in fretta, non vale la pena fare diversamente e questo lo so fin troppo bene, me lo dico da sempre, è andata così purtroppo, ma poteva anche andare peggio, diciamo che in questi giorni si è messa in moto solo una piccola scossa storta già superata, promesso. A me stessa.
C’è il prima e c’è il dopo
E quindi ho scalato il primo gradino della mia storia vaccinale contro il Covid. Come è andata? Non mi lamento. Nel pomeriggio dopo averlo fatto ero un po’ spaventata, che roba strana mi sono detta. Io e la sclerosi multipla ne abbiamo girate fin troppe di avventure mediche e il nervosismo, l’insofferenza ancor prima della paura arrivavano prima del grande evento. Prendiamo il caso dell’annuale Risonanza magnetica: è l’esame che odio dal profondo delle mie viscere con un disgusto che non trova parole sufficienti per essere descritto, ma non è l’esito a darmi tormento – per quanto sia il cardine da cui si leggono i movimenti della stronza di sm – ma è quel buco nero dentro il quale mi devo infilare per oltre tre quarti d’ora di rumore infernale a fare da colonna sonora rendere i momenti precedenti davvero nevrotici e quindi per questo dopo averla fatta sono serena, per un anno nessuno mi ricaccerà là dentro. Stavolta, invece con l’anti Covid anche se si trattava di affrontare un appuntamento al buio, potenzialmente pericoloso, con un temibile ago che per natura detesto, prima ero tutto sommato tranquilla. Il dopo invece lo è stato un po’ meno. Forse perché fin dal pomeriggio ogni dieci minuti dentro di me si sono accese autentiche vampate di calore come se mi stesse salendo all’improvviso la febbre, tanto che, coraggiosa come sono, l’ho provata senza tregua. Ma per fortuna tutto a posto. Nel frattempo il braccio dove mi avevano fatto il vaccino ha cominciato a farmi davvero male, dolore che mi sono portata appresso fino al mattino dopo, ero stata informata ma faticavo pure a passarci la mano sopra. Poi mammano che si andava verso sera mi sono sentita sempre più stanca da non avere nemmeno la voglia di aprire bocca e questo no che non è da me, la chiacchiera è roba mia non certo di altri. All’ora di cena pochissima fame e una volta a letto non sono riuscita ad addormentami come si deve, stress, nervosismo credo, molto più che effetti collaterali da antivirus. Il lato davvero positivo è stato sapere che il giorno dopo sarei stata casa, un piccolo spazio di fortuna che mi sono ricavata per tutelare la mia salute in primis e poi sollevarmi da ansie o che so io. Va detto che è passato tutto anche se con qualche timore arrivato dopo anziché prima come il mio solito aggiungendo una cosa senza soffermarsi su altro: devo riconoscere di essere stata molto più che fortunata a poter cominciare il percorso anti covid molto prima di altri, una grossa occasione per cui ringraziare e basta.
Eccome vax
Farò il vaccino. Ma questa non è una scontata dichiarazione d’intenti. È un annuncio. Domani comincia il mio percorso vaccinale, convinto anzi auspicato, verso il no Covid. Lavoro in una struttura sanitaria: medici, infermieri, oss, ospiti sono stati vaccinati oltre un mese fa, all’inizio di gennaio, non appena i varchi di Pfizer hanno aperto le loro porte. Poi il blocco e chi lo sa cosa è successo, cosa ha provocato uno sbarramento improvviso e troppo rapido. O forse la ragione è roba fin troppo nota, una frenata a 200 all’ora in autostrada che merita di far rovesciare i tavoli di ogni discussione politica ed economica, perché di questo si tratta, poco da aggiungere. La mia Asl qualcosa ha ottenuto, almeno per la mia azienda di natura sanitaria ottenendo le forniture necessarie per vaccinare anche il personale amministrativo come me che domani comincerà con il primo richiamo, tra 15 giorni con il secondo e ultimo. Avevo già chiesto ai neurologi che mi seguono informazioni sulle possibili controindicazioni rispetto a un peggioramento della sclerosi multipla in seguito alla vaccinazione, non si sono sbilanciati, ci arrivo da sola che non è possibile dire niente al momento, mi basta sapere che a conclusione del dialogo abbiano detto: fallo. E io corro, e domani sarò pronta ad esporre il mio braccino a un nuovo ago, mica un piacere per me ma per chi ha fatto due rachicentesi cosa vuoi che sia mi ripeto da finta coraggiosa quale sono. Rido da tempo con un amico di questo vaccini parlando delle immagini che passano in tv e mettono sempre in mostra proprio il momento in cui l’ago viene infilato nel braccio. Mica robetta per chi ha poco fisico e meno coraggio come me. Vabbè vado oltre. Perché in testa mi passano anche pensieri diversi, ovvero il vantaggio che sto vivendo rispetto a tutti gli altri. Grazie a un lavoro, quello giusto, e che per giunta ho in un periodo targato sotto il marchio di una crisi molto più che nera, mi viene offerta pure la possibilità di fare il vaccino battendo tutti i tempi della media che dico nazionale, direi mondiale. Un privilegio, in tutti i sensi.
Sanremo 2021/2
E invece mi sono sbagliata, tutto lo sproloquio che ho scritto ieri va cestinato perché Sanremo 2021 si farà, a marzo, a un anno dal precedente, secondo tempi e modi imposti dal Covid, ma si farà. Ieri sera un amico mi ha letta e subito corretta e aveva ragione lui, almeno ad oggi. Perché a marzo sul palco storico dell’Ariston anche quest’anno si esibiranno i cantanti in gara, mentre seduti sulle poltroncine del teatro ci sarà un pubblico composto da figuranti per dare quanto più possibile il senso della normalità. Io lo amo Sanremo, certo oggi molto meno che in passato perché i nomi in gara troppo spesso per me sono quelli di autentici sconosciuti, ma è il sistema festivaliero a piacermi, mi riporta a quando ero bambina e tutto era un evento. Il primo Festival che ho seguito con l’attenzione di una protagonista è quello del 1982: lo conduce Claudio Cecchetto mentre a un certo Giucas Casella viene affidato il compito di mettere in moto il potere della mente per scrivere il titolo della canzone vincente su un foglio da infilare dentro una busta chiusa con tanto di ceralacca. Tutto quel Festival gira attorno ai cantanti e alla busta sigillata che a pochi minuti dalla proclamazione ufficiale viene aperta per svelare la previsione di Casella che dice Storie di tutti i giorni, ha indovinato, è la canzone di Riccardo Fogli che infatti vince quel Sanremo. Per anni ogni Festival si è fatto roba mia, una pausa da tutto il resto da vivere guardando tutte le serate, i programmi tv che a quei tempi parlavano solo del Festival così come le pagine dei quotidiani da leggere tutte d’un fiato. Ricordo esibizioni che fanno epoca: Anna Oxa che scende le famose scale vestita praticamente di nulla, Loredana Berté con una pancia finta che fa credere a tutti di aspettare un bimbo, i Mattia Bazar affidati alla voce di Antonella Ruggero che disegnano attorno a loro un’atmosfera anni Venti, Eros Ramazzotti che si fa vedere qui per la prima volta ma già si capisce di che pasta sarà fatto il suo futuro, Renato Zero, vestito tutto di nero, che canta uno dei suoi testi migliori, Vasco Rossi e che dire di lui? Niente, è Vasco. E mi fermo ma so che potrei proseguire a mille giri, per circa vent’anni poco più poco meno il Festival è stato una settimana televisiva molto più che imperdibile per me, ora un po’ meno ma sapere che in un modo o nell’altro pure quest’anno lo faranno aggiunge un certo senso di normalità a questo oggi che di normale ha molto poco.
Sanremo 2021
Con ogni certa possibilità quest’anno il Festival non si farà causa Covid, troppi rischi e via dicendo. Le voci attorno all’argomento si inseguono: in fondo abbiamo solo un’economia a pezzi, un governo che lasciamo stare, il virus che ben sappiamo, i vaccini che chissà dove sono finiti e noi qui a discutere di Amadeus e Fiorello, non fa una piega, ovvio. I due, che avevano già messo in piedi la direzione artistica di Sanremo 2021, sono sul piede di guerra, il Governo, o quel che ne resta, con forza ha messo una croce sopra al Festival, no, dice, non si deve fare. Chi ha torto o chi ha ragione? Tutte due le parti in fondo. Sanremo si poteva fare con le strategie di tutela individuate dagli organizzatori. Ma forse no, meglio mantenere su le sbarre, senza esporci ad altri mali come dicono i vertici governativi. Il punto è di altra natura piuttosto, perché Sanremo è una vetta molto alta dello spettacolo italiano e celebralo avrebbe un significato importante per la ripresa di uno dei tanti settori economici caduti a picco. Ma anche se gli organizzatori assicurano di aver rintracciato tutti quei sistemi necessari a evitare il contatto umano e mettere al bando il contagio questi non sono stati giudicati del tutto validi e quindi arrivederci al prossimo anno. Quello dell’anno scorso fu un Sanremo davvero bello, con poche canzoni inascoltabili e un podio da incorniciare. Finì l’8 febbraio, meno di dieci giorni dopo eravamo dentro al peggiore degli incubi e di Sanremo ci fregava già più niente. Se poi avessimo saputo che un anno dopo saremmo stati ancora in preda al contagio e alle prese con una crisi economica che andrà sui libri di scuola avremmo urlato: Sanremo? Ma per favore, ho altro a cui pensare.
Un altro bianco
Stamattina ho letto un tweet di Francesca Mannocchi, sta uscendo il suo nuovo libro, Bianco è il colore del danno, edito per i bianchi d’eccellenza, Einaudi. Mannocchi è una penna di prim’ordine, collabora con L’Espresso e numerose altre prestigiose testate, italiane e internazionali, raccontando gran parte della situazione politica e civile del Nord Africa, tra Libia ed Egitto, Tunisia e poi Libano, Afghanistan e Medio Oriente. Insomma, una gran firma, intelligente e coraggiosa. La leggo? Quasi mai. Leggerò il suo libro? Certamente. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla, il libro parla di questo e il bianco, vado ad intuito, è il colore della guaina mielinica, quella che avvolge le fibre del sistema nervoso rendendo possibili e fluidi i movimenti, quella che nella sclerosi multipla va a farsi fottere secondo una progressione di tempi e di modi del tutto imprevedibili e propri. Che Francesca Mannocchi avesse la sclerosi multipla lo ha scritto lei in un articolo su L’Espresso di tempo fa e che io conservo ancora perché ne ho condiviso ogni riga e non perché lei è malata come me, no, non solo per questo almeno, ma per il fiato corto con cui ho sentito la fatica nel dire “ecco a voi la mia sclerosi multipla”. Difficile non trovarmela addosso quell’ansia che fonde dolore e paura a vergogna di cui ho parlato fin troppe volte qui. Sulla quarta di copertina Mannocchi parla di un corpo guasto che si confronta con quello degli altri nascondendosi molte verità per tentare di passare oltre scoprendo poi che chi sta davanti mostra una vergogna addirittura maggiore perché incapace di stabilire un contatto. «La vergogna è questa cosa qui. Ci rivela cosa siamo per gli altri, quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti».