Ancora Malaussène

Ecco che ritorno qui, l’ho già scritto come mi sento, troppo spesso, in molti frangenti, in quei momenti che pungono e che farebbero venir voglia di scaraventare tutto in aria. E invece sto zitta, per carattere, per bisogno, per incapacità, per piena consapevolezza dei miei limiti, per mancata comprensione delle ragioni che stanno alla base di ogni dettato. Sono i frangenti Malaussène, quelli in cui in famiglia mi vestono da capro espiatorio, come ieri sera, quando le urla me le sono sentite rovesciare tutte addosso, all’improvviso, da destra come da sinistra, senza capire il perché. Mi sono serrata nel silenzio allora, non avevo di che ribattere del resto, mi mancava la voglia di farlo soprattutto, quindi ho riportato a bordo i remi della barca per fermare ogni navigazione e mi sono accovacciata sul divano. Pensando a papà che in casa vestiva i panni di sua Maestà Malaussène: Pennac conoscendolo avrebbe reso i suoi romanzi migliori per riferire come proprio noi lo si trattasse troppo spesso, senza perché, con quei modi spicci che al pensarci oggi mi fanno piangere di un dolore che mi lacera dentro.

“Vecchiette” del ’72

Domani la mia amica “storica” compirà gli anni e per noi due sarà l’occasione per ricordare tutta la bellezza e il potere affettivo del nostro rapporto. Siamo nate entrambe nel 1972, un po’ “vecchiette” insomma, forse per questo la nostra amicizia ha molto da raccontare: conosciute il primo giorno delle scuole superiori, alla fermata del bus che ci  portava al Liceo, lei diretta allo scientifico io verso il classico, avemmo modo, per fortuna, di piacerci tanto da darci appuntamento per il rientro. Da quel giorno le cose non sono cambiate, per cinque anni è andata così: la mattina, una volta a bordo, si tirava fuori un libro con la volontà di fare un ripasso al programma di studio della giornata ma poi, pochi minuti al massimo, e lo si richiudeva, era tempo per dare avvio alle nostre chiacchiere quotidiane. Il sabato pomeriggio l’appuntamento prevedeva un’uscita per un gelato da consumare insieme, divenute più grandi era la volta di una pizza spesso anche con altri amici. Poi il tempo è andato avanti, è arrivata l’Università, lei a Udine mentre io a Venezia, eppure nulla si è modificato perché abbiamo coltivato il bene che ci vogliamo fin dall’inizio, con sincerità, dialoghi aperti, liti anche, confronti accesi spesso, ma placati ben presto perché la volontà reciproca di riconciliazione non è mai mancata. C’era troppo da preservare. Non sono nemmeno purtroppo mancati quei momenti trancianti con i quali, tanto lei quanto io, abbiamo dovuto fare i conti: pagine di vita inattese, la morte veloce e prematura della sua mamma, una sofferenza profonda con cui fare i conti da un giorno all’altro, un tetto di dolore scoperchiato senza preavviso non avendo idea di che direzione prendere. Fino alla mia sclerosi multipla piombatami addosso di peso, arrivata come una freccia che disegna segni malvagi. Ma proprio in questi momenti tanto duri siamo sempre state consapevoli che ci saremmo sempre trovate accanto, l’una per l’altra, di continuo fissando tra noi un’asse cui poggiarci per buttare all’aria le solitudini reciproche. Soffocate anche da risate, condivisioni di gioie immense – come l’arrivo di quel gioiello che si chiama Beatrice – prese in giro anche, inseguite da abbracci caldi e tutto il bello che sappiamo consegnarci gratuitamente. Ora me lo consenti un favore? Buon compleanno, Federica, “vecchietta” del 1972.

Va risolto

Convivenza stretta, continua, quotidiana, silenziosa, oppure pilotata attorno a chiacchiere sempre uguali, noiose, ieri come oggi, ora dopo ora. Io e mamma, due caratteri potenti, disposti a tutto per imporre la propria ragione rispetto quella dell’altra. Mettiamo in campo le reciproche malattie per fermare ogni segnale di comunicazione: i nostri disturbi, differenti, ma allo stesso modo pesanti fanno leva su una competizione che pretende ragione a discapito di tutto, quando non c’è diritto alcuno, in particolare. Ecco come sono le nostre giornate, avvolte da un richiamo che dopo l’addio a papà si è amplificato assumendo figure che stringono i nostri respiri. Ci ragionavo ieri e vedevo la vecchiaia di mamma che si fa purtroppo largo e la mia insofferenza a tutto, quella che non si blocca avvolta come sono da una sclerosi multipla – la maledetta – che aggiunge a ciò che vede tracce di fatica. Dove ci condurrà questo niente? Lo stesso che quelle poche volte che ho liberato con uscite solitarie (due, tre?) ha prodotto esiti amari, lacrime anche, richieste di abbracci vestiti da fastidiosi e inspiegabili perché. Addirittura i libri ho messo da parte per non alzare troppi muri di divisione preferendo prove di incontro seminate però al vento senza piacere da vivere insieme. Ma a che serve mi chiedo se poi l’esito scrive giornate generate attorno a pochi sorrisi, spesso neri, ore variabili tra passaggi anche prepotenti messi in linea su canali avversari? Tutti i giorni, stesso meccanismo, in gran parte senza parlare, l’abitudine al dialogo non l’abbiamo mai avuta, è vero, e così ci lasciamo trascinare da un vuoto che fa male. Dovremmo risolvere, ma è dura, da parte mia, da parte sua.

Sempre con te, papà

Un altro compleanno senza di te, papà, il secondo priva del tuo bacio timido sulla fronte mentre mi facevi gli auguri, tu che non eri mai stato abituato a dimostrare affetto, cresciuto in una famiglia numerosa, in un’epoca immersa dentro a una guerra impetuosa che aveva prodotto povertà, poco studio, bisogno precoce di imparare un lavoro. Eppure io per te ero io, malgrado fossi ingiusta nello starti accanto, sempre pronta a puntualizzare ogni tuo sciocco errore tu con me andavi oltre, chissà se sapevi che per me eri un punto fermo che sa il cielo quanto mi manca adesso. Vorrei solo che tu vedessi, papà, che il tuo ricordo è lì a stracciarmi l’anima, tra i sensi di colpa e i rimpianti per non essere mai stata davvero giusta con te e per non averti detto ti voglio bene quanto meritavi.

Auguri, papà

Il secondo Natale senza di te, senza il tuo albero, senza la stella luminosa che appendevi accanto sulla parete della finestra, alle luci agganciate con cura e misura sul terrazzo, a quel panettone che ordinavi dal fornaio più bravo della zona e che prendeva vita sulla tavola dopo il pranzo. Mentre ora siamo troppo lontani da te.

Quella poltrona solo per lui

A settembre è partita la programmazione della tv invernale, bloccata, ahinoi, in modo fin troppo evidente su un filone che più che ripetitivo di così non si potrebbe definire; un eccesso, fondato su una quantità nervosa e spietata di idee azzerate, capaci solo di raschiare il fondo del niente. E mi si chiede poi perché la sera mi addormento subito davanti alla tv, schiacciata sopra al divano anche. Un tempo avevo sempre un libro in mano a quest’ora, da poche settimane, qui l’ho già scritto, lo prendo con me il pomeriggio, la bella abitudine della lettura è tornata, che piacere, la sera invece condivido la tv con mamma, per starle vicina mi racconto, ma sai che genere di appoggio le do visto che dormo e di fondo pure. La mia totale assenza di concentrazione alla messa in onda dei vari palinsesti è alimentata, lo so per certo, da un via e vai di programmi uguali a se stessi ormai da decenni poi, con interpreti che si inseguono senza dare un segnale di minima partecipazione verso chi sta davanti al video. Ho a disposizione piattaforme su piattaforme, potrei guardare film, serie tv, idee cinematografiche di livello che tuttavia non mi attraggono del tutto, anche perché devo condividerle con mamma e non è fattibile, non abbiamo gli stessi gusti e io voglio favorire i suoi a discapito dei miei. E così la sera dormo, e anche se cerco comunque qualcosa da spartire con lei, ben presto mollo la presa, abbandonandomi tra i cuscini del mio comodissimo divano. Il piano autorale delle tv pubbliche e commerciali italiane, comprese le scelte dei professionisti che tanto si autocelebrano, è qualcosa di più che debole e stanco, lo considero privo di spina dorsale e vivacità intellettuale, somiglia a un campo arido che si alimenta di ruvidezza logica. Mi spiace per mamma, deve subire questo vuoto e pure me che le dormo accanto, anche ripensando a papà che quando era qui con noi sedeva vicino a lei sulla sua poltrona – proprio quella dove oggi chiunque ci si posi sopra anche solo per caso mi infastidisce – e che ricordo bene faceva come me, ronfava in quantità. Ma questa è un’altra storia, il vuoto della tv pesava meno perché ora è la sua di mancanza a gravare ai massimi.

Senza sosta

Mi muovo tra sensi di colpa e battute che cercano la corretta opportunità nello scrivere questo testo, ci penso da giorni, spostandomi tra pensieri che mi risuonano in testa, voci infangate da suoni cupi che compongono un disegno che sa di non possedere solo diritti: non sono l’unica al mondo a stare male mi ripeto. Ma poi la testa non si ferma, penso e ripenso ed eccomi qui, a dire la mia, al peso che la malattia carica su di me, la sclerosi multipla che mi mette allo stremo, a mamma e i suoi gravi problemi di salute, al dolore per papà che è volato lontano via da noi. Tutti e quattro in famiglia stavamo da tempo a bordo di un vascello malfermo, ce la facevamo però, insieme, con un equilibrio rintracciato a fatica che ci manteneva comunque a galla, alla ricerca di spazi sempre ritrovati, fuori, aperti e non solo dentro le pareti di casa come adesso. Per la prima volta penso a cosa sarei io senza la sm, senza la malattia di mamma, certo che il dolore per papà sarebbe lo stesso grande, ma noi saremmo diverse;  io avrei continuato col lavoro e con ogni certezza noi staremmo insieme con maggiore leggerezza, guiderei ancora, andremmo fuori per un caffè al volo, una sosta dalla parrucchiera, una spesa che sgraverebbe Luca, andrei fuori per una pizza con le amiche, mamma a casa anche da sola potrebbe abituarsi a una solitudine lenta, pesante ma possibile da superare, senza dimenticare i sentimenti certo, ma disposta a vedere a domani, lasciando anche papà più sereno, lo so. Ma la malattia quando batte, batte ancora più forte del possibile, incidendo dentro il peso di una pugnalata che trafigge il cuore facendolo sanguinare senza sosta.

IIIC che eri e che sei

Ieri sera c’è stato un ritorno al passato, quella cena coi protagonisti della mia IIIC a cui davo buca da prima del Covid, passando attraverso ogni cosa è successa dopo, la scomparsa di papà soprattutto. C’era Donatella, spalla destra del mio banco di prima fila, che il suo brio e la chiacchiera brillante, vivace, dinamica non l’ha di certo persa, con Giorgio, suo marito, diventato amico anche lui con cui amo dividere parole e pensieri, c’era Enrico sostegno di tanti ricordi liceali così come di voci importanti, opinioni mai dome, attive e intelligenti di oggi e con lui la moglie Ilaria, dolce ed educata nelle maniere e nei pensieri, il loro figlio Pietro, ragazzo quasi maggiorenne – tanto per dire quanto siamo invecchiati noi – bello, dall’aria razionale, sicuramente garbata. Ma poi anche Federica amica mia di sempre, col marito Adriano potente supporto, tra le altre cose, di molti miei giorni scuri, la giovane e ben cresciuta Beatrice e poi Gloria sempre da me e per me quando serve, quest’ultimi in IIIC non c’erano, li abbiamo adottati e con entusiasmo, con le loro voci e i volti di peso. Posso dirla tutta? Mi è mancata Marina, lei lo sa perché, la prossima volta la trascino al tavolo, lei che in IIIC c’era e che è ancora qui, vicina a me, sempre e per sempre. lo so io, lo sa lei. Insomma, una bella serata, di chiacchiere e pensieri, la matematica non sarà mai il mio mestiere. Ne avevo bisogno? Credo di sì, anche se ero stanchissima, massacrata da un dolore a una spalla che non so da dove arrivi, se è uno stiramento risultato di un movimento sbagliato, un colpo d’aria mal subito oppure, maledizione a lei, dalla sclerosi multipla che fa buongiorno in questo modo inedito. Ma lascio il passo, mi muovo altrove col pensiero, facciamo così, oggi ho preferito ordinare il libro che ieri sera mi ha consigliato Enrico, Rosa Montero, La pazza casa, con postfazione di Mario Vargas Llosa. Non mi sembra poco.

Vorrei che il peggio fosse questo

La stampa italiana fa così, per qualche settimana si attacca allo stesso ramo di informazione e lo replica cercando, credo, di farne un caso da sfruttare all’eccesso, in questo modo gli apre tutte le porte per poi chiuderle all’improvviso senza curarsene più, è arrivato altro di cui discutere. Morte assistita per l’inizio di agosto, tocca a questo argomento, due casi, a pochi giorni di distanza. Ho schivato in fretta le pagine dei quotidiani che ne parlavano, solo una lettura rapida, disinteressata quasi, di certo inquieta; ho seguito con finta freddezza i servizi dei tg che ne ribadivano i motivi, occhi bassi i miei, per non vedere, per non sentire, per non farmi trascinare dentro l’incubo che prendeva forma. Sclerosi Multipla, due donne sulla mia età hanno scelto la strada dell’addio autonomo alla vita piuttosto che convivere con Lei. Non ipotizzavo che Sua Maestà potesse fare tanto male, o forse sì, chi lo può dire cosa mi passa per la testa quando vedo lei domani accanto a me, quale aspetto le ho dato, in che specchio mi vedo riflessa nel futuro, se so davvero tutto quello che lei potrebbe disegnarmi addosso, se ho capito qual è il colore che impiegherà su di me. Conosco i vari scritti che fino a ora ho visto in diretta: dalla diagnosi, certa e sicura, compresi tutti i successivi punti di domanda che mi ha piantato a fuoco dentro, pure quelle lacrime che ha fatto scendere fin da subito anche se quasi vuote di significato perché no che non sapevo i tanti passaggi lenti e malfermi nei quali stavo entrando, come i tanti e numerosi esami fatti e da fare inseguendo esiti vigliacchi, le richieste di silenzio verso gli altri seppure amici – per paura? per vergogna? -, momenti che le ho concesso per impossibilità di fermarla, tentativi, ma nemmeno tanti, di dirle basta, fai un passo indietro lasciami in pace, fino a lei, la due ruote fin troppo temuta e odiata sulla quale però mi sono seduta e accomodata anche troppo bene. E ora questa notizia, morte assistita, via di fuga spaventosa e totale dalla sclerosi multipla, che però ho letto, ascoltato con un solo orecchio teso, l’altro quasi coperto, e dentro una tensione vibrante che mi ha gelata con la durezza di uno schiaffo ricevuto credo senza merito. Io che pensavo che il peggio fosse già arrivato.

Siamo egoisti

Ieri sera alle venti circa stavo cenando quando l’elettricità è saltata, le luci si sono spente, la lavatrice pure, la lavastoviglie impossibile da far partire, in arrivo da fuori un concerto di suoni d’emergenza perfettamente coordinati tra loro. Che egoisti ho pensato. Il caldo, l’afa estiva, l’umidità che soffoca, la calura che opprime i sensi, la canicola irrespirabile sono arrivati è pur vero, ma attaccarci, senza idea di scampo, all’aria condizionata, la stessa che in un battibaleno, ieri sera, da me, ha fatto saltare tutte le linee elettriche, forse è un po’ esagerato. Rallentare conviene certo e mi fa specie dirlo, io che non tollero nessuna specie di calore, io che con l’afa mi sento buttare ai matti, io che non sopporto nessuna forma di estate, io, insieme alla cara sclerosi multipla che ci sguazza dentro sedotta dalle sue migliori grandezze, credo si possa portare pazienza. Proprio io insomma, stupita quasi, perché mi sono scoperta a chiedere di andarci piano coi pensieri sulla torrida estate già qui: apri le finestre penso, ascoltalo quel briciolo di aria naturale che ancora resiste, ti soffia in faccia se glielo permetti, giocaci insieme, dagli l’opportunità di fare del suo meglio, finché ne avrà opportunità, finché ti darà tempo.