Ciao, Giacomo

Ieri pomeriggio sono stati celebrati dal Patriarca di Venezia i funerali di Giacomo Gobbato, il giovane che la scorsa settimana è stato accoltellato perché non si è girato dall’altra parte. Lui ha deciso di prendere le difese di una donna aggredita sotto casa, sentite le sue urla le è corso incontro per difenderla. Ci ha provato, ci è riuscito, ha pagato con la sua morte. Giacomo era originario di Jesolo, i suoi genitori vivono qui, il funerale è stato celebrato nella chiesa poco lontana da casa mia e fin dal primo pomeriggio dalle mie finestre ho visto l’avvicinarsi delle tante persone che l’hanno affollata. Ho parlato con chi c’era, ho visto le immagini dei servizi tv, tanto mi è bastato per leggere i sentimenti di un funerale che, per il ritratto che mi sono fatta del giovane Giacomo, gli sarebbe piaciuto. Un addio religioso condotto sulla linea di due piani che mai si muovono in comunicazione tra loro, anzi. Ma ieri invece hanno suggellato in suo nome un patto di fiducia. C’erano gli amici di Giacomo ieri, molti dei quali in arrivo dal centro sociale Rivolta di Mestre, c’era il Sindaco di Jesolo con la Fascia Tricolore, c’era Luca Casarini, attivista politico noto per essere uno dei più celebri attivisti no-global italiani, c’erano molti rappresentanti politici del Consiglio veneto, c’era Beppe Caccia, della nave Mare Jonio impegnata per il soccorso degli immigrati africani, c’erano gli albergatori e i professionisti jesolani la classe sociale dominante della mia città. Insieme, spalla su spalla, per l’ultimo sincero omaggio a Giacomo. Attorno alla sua bara tutti gli amici, come a costruire una rete di protezione proprio per lui che dello sguardo verso l’altro aveva fatto consiglio di vita. C’era il do e c’era il si al funerale di Giacomo, in un circolo stretto attorno a una famiglia distrutta da un dolore cupo.

Care ragazze, cari ragazzi – XVII

L’ho saputo la mattina leggendo i giornali on line: venerdì 20 settembre attorno alle 23.00 circa, Giacomo Gobbato, nato a Jesolo 26 anni fa, è stato accoltellato e ucciso mentre interveniva per difendere un’amica che era stata aggredita sotto casa a Mestre. Tutto quello che so l’ho letto sui giornali o ascoltato in tv ma è stato sufficiente per raggelarmi i sentimenti, pensando a lui, alla sua corsa generosa in soccorso all’amica, alla sua morte nata attorno al desiderio di difendere l’altro. Poi ho pensato a voi ragazzi che mi state leggendo, che certo siete più giovani di Giacomo Gobbato e che di sicuro, saputo della sua morte, vi siete trovati coinvolti da una serie di perché importanti. Me lo sto chiedendo da giorni se è la cosa giusta da fare quella di portare su queste pagine una discussione di questo peso, ma alla fine la decisone l’ho presa comunque, eccomi qui Giacomo. Passare oltre come se niente fosse mi sarebbe sembrato infatti un nuovo danno nei suoi confronti che invece, evidentemente, portava dentro di sé il rispetto per il mondo nel quale viveva. Resta il fatto che non so davvero cosa posso dirvi ragazzi. Ho gli strumenti per consigliarvi qualche cosa? Si tratta infatti di aprire una discussione equilibrata e attenta su un tema dai caratteri complessi che coinvolgono anche voi che, anche se in modo indiretto, con la morte di Giacomo vi siete ritrovati dentro un abisso di perché. Ma penso che sia proprio la sua vicenda a offrivi l’occasione per cominciare un dialogo aperto su quanto viviamo, sulle conseguenze di parole e fatti, sui bisogni che possiamo mettere in campo per conoscere tutto ciò che ci accade attorno. Ho deciso di sfondare questa porta quindi, non ho risposte da dare, ma non vorrei discorsi inutili, vi invito a cercare la via per un dialogo intelligente, ragazzi: tra di voi, in famiglia, a scuola, con Don Lucio, Don Gianluca, fate domande, leggete, cercate risposte che vi sollevino da tutti i tanti dubbi e le paure che avete. Se la storia di Giacomo Gobbato vi ha colpito nei sentimenti – come sono certa sia avvenuto – dategli l’onore di aprire in voi un pensiero maturo.

Care ragazze, cari ragazzi -XVI

Ora che è la scuola è cominciata di nuovo avete ripreso i contatti con i vostri compagni di classe oppure se state iniziando un nuovo ciclo di studi vi trovate accanto amici di banco che presto o tardi diventeranno autentici complici di vita. Ma un piccolo dettaglio permettetemi di metterlo in luce. Qualcuno di questi compagni di studio probabilmente e purtroppo potrebbero avere dei problemi di salute. So che non vi aspettavate che aggiungessi questo dettaglio ma non mi sento nella posizione di tacere e passare oltre. Partiamo dall’inizio: quando io ero a scuola stavo bene e non avevo problemi di sorta, poi la vita ha preso una via un po’ storta e mi è piombata addosso una malattia certamente pesante che oggi mi fa stare su una sedia a rotelle, tranquilli adesso non parlerò di questo e non dirò che potrebbe capitare anche a voi, sia mai, ma da persona matura non posso tacere senza aggiungere un consiglio. Io so che i problemi accadono e qualcuno dei vostri compagni di classe, che già conoscete o con i quali magari imparerete a condividere una nuova esperienza di vita, potrebbero avere qualche genere di difficoltà con la salute. So anche che siccome siete ragazzi intelligenti vi poniate tante domande: come faccio ora con lui? Come mi devo comportare adesso? Qual è l’atteggiamento corretto da mettere in atto? A tutte le domande che vi saltano in testa la risposta è una sola: naturalezza, siate sinceri e autentici. Se c’è richiesta esplicita di un aiuto da parte sua datela, se tace a sta da solo allungategli la vostra mano senza paura di sbagliare. Allo stesso modo se vedete che esprime massima autonomia includetelo in ogni discorso, gioco o battuta che fate senza dimostrare timore o paura di sbagliare, ve lo posso assicurare, vorrà essere incluso con semplicità in ogni dialogo. Una cosa va evitata sempre, invece, l’isolamento. Ha bisogno di voi e della vostra collaborazione, deve poter entrare nel circolo delle vostre chiacchiere e dei discorsi perché in lui non c’è niente che non va, un po’ più di sfortuna certo perché la salute con lui è stata vagabonda ma niente più di questo. E ora cambio spettatore e mi rivolgo a voi che invece state male – e badate ragazzi che so bene di cosa parlo – il mio consiglio è non chiudetevi a riccio, tutti aspettano un vostro cenno, un sorriso in più verso chi vi sta attorno, non mettete in discussione le loro intenzioni, anzi rendete più semplici le loro volontà. Apriamo i giochi di questa nuova battaglia dell’amicizia allora, si muove su due fronti che scendono in campo per lavorare con lo stesso principio quello che nega la solitudine per raggiugere confidenza libera e sincera.

Quel dolore che piega

Ieri pomeriggio sono andata al funerale di mio zio, marito di mia zia Maria, sorella del mio papà, morta tre anni fa. Ho visto mio cugino Enrico, il figlio, con le spalle piegate da un dolore che per lui va avanti da troppi anni. Ha accompagnato alla fine dei suoi giorni la mamma, schiacciata da un tumore appesantito dal Covid, l’ha ascoltata nelle sue volontà salutandola fino all’ultimo giorno e poi si è occupato del papà, sorpreso da un senso di abbandono crescente per la perdita della moglie, lo stesso che ha visto inasprire una demenza già in atto e che di certo non si è fermata. Fino a ieri, nel momento del suo ultimo addio. Accanto a Enrico durante il funerale c’erano la moglie e i due figli, una bara, i fiori, gli zii, noi cugini e quel certo senso di solitudine e abbandono che sento dentro di me da quando ho perso papà. Ma in lui ho letto anche un sentimento diverso, un dolore misto a tregua nella consapevolezza di aver dato ai suoi genitori tutto, restituendo quel tutto che aveva ricevuto da loro. L’ho ammirato, il suo coraggio, la voglia di stare lì accompagnato dalla volontà di essere presente senza lacrime mostrando invece quella fermezza che la vita spesso ti chiede di mettere in campo. E alla fine ho intravisto nei suoi occhi il desiderio di prendere le distanze da questi anni, voltare pagina senza dimenticare, sia mai, aggiungendo, invece, ore di quiete al suo dolore.

La bella penna di Grazia per Jesolo

Quando andavo al liceo avevo una compagna di classe, Grazia, tra le più brave a scrivere e a parlare. Mi piaceva la forma espressiva che utilizzava, lineare, asciutta e sempre diretta mai persa verso direzioni inutilmente solenni. Con un solo aggettivo, quello ben assestato, raggiugeva il risultato per una comprensione molto più che corretta. La ammiravo molto, era un piacere sentirla parlare. Ieri su un social l’ho letta – e riletta – mentre faceva la sua descrizione della mia Jesolo e non ho potuto che tornare a stimarla.

«Dove concludere l’estate 2024 se non a Jesolo? Jesolo, dove gli anni Ottanta in fondo non sono mai finiti, dove anche i vecchi sono sempre giovani, e ogni desiderio freme per diventare realtà. Di giorno, di notte, Jesolo è divertimento che si offre a tutti, grandi e bambini, popolare e borghese, spensierata e serissima, moderna e mai uguale a sé stessa, è la città che tutti criticano e che tutti vogliono. Tutti si vantano di andare altrove e tutti vengono qui. “Io solo piazza Brescia” “Ma va, vuoi mettere quanto tranquilla è piazza Milano?”. Jesolo, la più veneta di tutte perché più di ogni altra ne incarna lo spirito: l’amore sfrenato per la ricchezza e per il bel vivere del quale andare orgogliosamente fieri senza tante ipocrisie. Non c’è il mare della Sardegna? Non c’è l’eleganza della Versilia? Come ogni donna di carattere Jesolo non ha mai voluto assomigliare alle altre, lei è sempre stata unica, e lo sa. Jesolo è l’unico luogo dove mi sento in vacanza e a casa allo stesso tempo. Sensazione dolcissima, e la amo per questo».

Ieri questo post l’ho letto e riletto, con piacere crescente, ho riconosciuto la bella penna di Grazia dedicata alla mia città pensando pure che le sue righe potrebbero diventare una pagina di presentazione per il litorale magari da spendere su qualche brochure di Jesolo finemente riuscita.

Care ragazze, cari ragazzi – XV

Jannik Sinner. E potrei finire qui. Un bel punto a capo e arrivederci alla prossima settimana. Tanto il nome di questo giovane tennista italiano è noto a tutti voi che credo siate suoi tifosi per quello che sa esprimere su un campo da gioco con una racchetta in mano. Ha poco più della vostra età ed è il numero uno al mondo nella classifica ATP di tennis maschile; pochi giorni fa ha vinto gli US Open, il secondo torneo Slam guadagnato in questa stagione. Mica roba da poco, un successo atletico noto anche a chi di tennis non capisce molto: tipo me. Ma come valore aggiunto c’è anche il suo modo di comportarsi, le parole che sa dire, come si muove sul campo da gioco ma anche fuori che è proprio quello che personalmente mi ha conquistata e che spero abbia fatto anche con voi. Perché Sinner mostra passo dopo passo un’intelligenza che viaggia su percorsi che non lasciano mai indifferenti. Alla fine del match vinto a New York, con il trofeo appena ricevuto, ha dedicato le sue parole, quasi sussurrando, alla zia con la quale è cresciuto e che ora sta molto male. Un abbraccio da lontano pieno di significati, tutti da rispettare. Sinner è un vero campione, sta vincendo a mani basse tornei di tennis molto importanti, il suo segreto secondo i veri esperti è che si allena molto, non perde tempo in sciocchezze ma sa prendere atto con criterio e regola anche degli errori fatti. Quello che vorrei sottolineare è che Sinner, campione di uno sport molto ricco, dà spazio a dettagli mai secondari: durante una partita di tennis di qualche tempo fa, per esempio, il gioco venne interrotto a causa di una pioggia battente. I due sfidanti furono fatti sedere sulle loro panche a bordo campo mentre i giovani raccattapalle li coprivano con un ombrello aperto solo su di loro. Sinner fece spazio accanto a sé anche al giovane ragazzo che lo proteggeva dall’acqua e che entusiasta cominciò a chiacchierare con il tennista numero uno al mondo. Un gesto quello di Sinner che mi ha conquistata per la gentilezza che ha manifestato, la grande disponibilità e un’educazione non certo comune. Sono qualità non da poco che il nostro campione mette in atto insieme al suo gran gioco. Forza Jannik, da parte di tutti noi!

La stagione di Jesolo

Stamattina mi sono svegliata mentre da fuori sentivo il rumore di una pioggia battente che una volta aperte le finestre ha fatto entrare un piccolo brivido fresco. “Finita la stagione” ho pensato tra me e me, non senza quel senso di soddisfazione che, arrivato settembre, provo fin da quando ero giovane. La stagione estiva di Jesolo è quel carburante economico che coinvolge tutti, imprenditori più o meno ben collocati sulla scala sociale ma anche forza lavoro che dentro questo meccanismo trova posto per avere occupazione certa d’estate e contributi economici forniti dallo Stato d’inverno. Un quadrimestre di lavoro, giorno più giorno meno, che all’arrivo di settembre fa sentire un suo certo sapore di leggera libertà. Anche a me che da qualche anno non sono più coinvolta dalle sue traiettorie di impiego. Ma mentre sto scrivendo sta già uscendo il sole, fa ancora fresco certo, di sicuro no afa, eppure niente mi mette più di cattivo umore di una giornata che nasce con il cielo grigio e poi si apre seguendo un sole che scalda l’aria, Non è finita la stagione allora? E chi lo sa. Quest’anno però, se a Jesolo si parla un po’ in giro con gli imprenditori o i lavoratori coinvolti nella stagione, pure se soffocati da un caldo dai tratti innaturali, tutti esprimono il desiderio di prolungarla: i tempi sono cambiati fanno capire, le certezze ben radicatequelle che nei decenni hanno permesso al litorale di germogliare con fiori brillanti, si sono fatte più complesse. La conseguenza è che persiste la volontà di mantenere la cassa ancora aperta, così come quella di non mettere subito da parte il grembiule del lavoro, una risolutezza rafforzata da quegli sguardi sul domani che qualche incognita la intravedono. E siccome sono jesolana, e dal momento che i miei genitori hanno faticato tanto con la “stagione” e poi perché proprio grazie a lei mi hanno dato tutte le possibilità di cui ho potuto godere, questo sole che dopo la pioggia sta uscendo non lo mando al diavolo come al solito. Lo dedico anzi a chi proprio così può prolungare la sua “stagione”.

Care ragazze, cari ragazzi -XIV

Parlavo con un amico l’altro giorno. Ha un’officina e mi diceva che ha molta difficoltà nel trovare personale, mi piacerebbe lavorare con giovani ha aggiunto, ragazzi disposti a imparare una professione molto richiesta dal mercato. Di questo passo, ha continuato, molte attività finiranno per scomparire pur essendo rilevanti oltre che necessarie. Ho pensato molto alle sue parole e mi siete venuti in mente voi, alle potenzialità che avete in mano per crescere in questa epoca. Meccanici, idraulici, carrozzieri, calzolai, così come sarte, parrucchiere, modelliste, fioriste e altro sono scelte lavorative che vengono accantonate sempre più dalla lista dei vostri desideri pur essendo molto ricercate dal mercato del lavoro odierno. Secondo le parole del mio amico, in linea con la sua esperienza, manca proprio la manodopera giovane che evidentemente ha altre aspirazioni col risultato che ben presto ci saranno sempre meno operai qualificati per svolgere lavori manuali che richiedono una preparazione specifica che non limita l’intervento di testa e cervello. Siamo nel pieno di una svolta del mercato del lavoro che parla a voi e vi guarda in prima persona. Fare l’artigiano è un’occupazione dai tratti troppo modesti secondo voi? Ve lo chiedo perché non so darmi una risposta, cosa avete da dirmi? Certi lavori non li scegliete per questa ragione? Credo in voi so che la risposta non è questa ma sottolineo lo stesso la mia opinione: nessuna occupazione vi farà sembrare umili se la farete bene. Anzi, aggiungo che piuttosto di spendere anni e anni inutilmente a inseguire il mito di professioni che solo all’apparenza sembrano illustri è molto meglio raggiungere in breve tempo un obiettivo disegnato attorno al vostro autentico talento. Io credo molto nell’istruzione scolastica, al diploma di scuola superiore è doveroso arrivare ne sono convinta ma non è necessario iscriversi al liceo se non lo si considera la propria strada. Esistono infatti molti istituti professionali che forniscono le carte in regola per affrontare una strada lavorativa che ben si attaglia ai vostri talenti, di certo brillanti e di sicuro soddisfacenti. Pensateci, il vostro futuro merita di essere scritto con grande attenzione.

Care ragazze, cari ragazzi – XIII

A me piace molto la lingua italiana, quella scritta e quella parlata. Trovo bello leggerla ma anche ascoltarla perché di fronte alle persone che la parlano correttamente provo molta ammirazione e voglia di salire a un livello più alto. Certo mi direte, però nell’epoca dell’oggi non vanno tralasciate le lingue straniere, e figuriamoci se vi contraddico, soprattutto per voi che siete giovani e nello spazio di pochi anni comincerete a viaggiare e spesso a vivere altrove per studio o addirittura per lavoro. Ma la lingua italiana resta la vostra, un autentico patrimonio che va coltivato. Butto lì il titolo di un romanzo: I promessi sposi. Sì proprio Alessandro Manzoni, parto dall’alto quindi ma vi prego adesso non mettete da parte il nostro giornale perché ho messo in mezzo a queste righe un testo che probabilmente sbuffando dovete studiare a scuola e che quindi associate a fatica, interrogazioni e magari anche a qualche brutto voto. Il fatto è che la lingua italiana, quella che raggiunge vette di perfezione assoluta, quella che trascina il lettore dentro pagine immense, in mezzo a coordinate linguistiche emozionanti e avvincenti parte da queste pagine. Non lo so se i programmi scolastici delle scuole superiori di oggi comprendano ancora la lettura de I promessi sposi, se così non fosse sarebbe un vero peccato. Però, c’è un però. Perché non la affrontate voi da soli questa lettura. Non soffiate di noia adesso, ve lo chiedo per favore, come una vecchia maestrina: entrate in una libreria oppure fatevi consigliare dai vostri insegnanti di italiano e acquistatene una copia con un bel apparato di note che vi può correre in aiuto di fronte a certi passaggi un po’ impegnativi, e via che si legge. Partendo dalle prime pagine che sono un pezzo di storia letteraria che fa venire i brividi sulla pelle per quanto sono belle. Non vi annoierete ragazzi, ve lo assicuro, e poi oltre alla trama – che è ricca e avvincente – scoprirete alcune cose: quanto è bella la lingua italiana quando raggiunge certe perle di eccellenza, come miglioreranno i vostri voti di italiano scritto e come comincerete a leggere su vostra iniziativa altri libri perché il bello chiama il bello. Vi sembra poco? E poi è proprio da qui che si imparano anche le lingue straniere perché diventa più facile farlo se conoscete bene la vostra. Ricordate una cosa però: le lingue estere che imparerete saranno indispensabili nella vita futura ma non certo di più della vostra.