L’altro ieri ho visto Selma – La strada per la libertà film che mi ha resa protagonista di una straordinaria serata e che quindi vi consiglio a gran voce di guardare. La strada cui fa riferimento il titolo del film è quella che si trova nello Stato americano dell’Alabama dove Martin Luther King organizzò una importante marcia pacifica voluta per favorire l’approvazione del diritto al voto per gli afroamericani in occasione delle presidenziali degli Stati Uniti. Lo studio di questa stupefacente pellicola corrisponde alla definizione della figura storica di Martin Luther King (Atlanta, 15 gennaio 1929 – Memphis, 4 aprile 1968), l’attivista politico, divenuto Premio Nobel per la Pace nel 1964 per le sue capacità di mettere in campo un metodo studiato al fine di favorire la completa integrazione politica e sociale della popolazione afroamericana. L’incondizionato diritto al voto per l’intera popolazione statunitense viene assicurato solo dopo anni di battaglie politiche senza uso di armi e con passaggi storici di forte peso che scrissero pagine pesanti e ricche di dettagli da conoscere. Selma è un film che racconta il modo in cui sono state gettate le basi per raggiugere un traguardo che ha condotto alla lettura di passeggi che nel 1965 condussero al Voting Rights Act, l’atto che impose a tutti gli Stati Uniti di garantire il diritto al voto, costituzionale e innegabile, per tutti i cittadini americani al di là del colore della pelle. Ecco perché guardare Selma secondo me è fondamentale, solleva il velo sulle modalità di azione di uno dei più grandi interpreti della storia del Novecento, Martin Luther King, uomo che con le sue proprietà ha saputo realizzare un progetto pacifico che ha rovesciato le vicende di un’intera epoca. L’ha liberata da pensieri di supremazia legata a caratteri fisici e non di pensiero, il colore della pelle ha smesso di essere letto come valore aggiunto destinato solo ad alcuni e quindi non a tutti. La marcia della pace che porta a Selma – racconto di una vicenda realmente accaduta – apre la mente verso un pensiero di valore, che fa riflettere, che conduce a chiedersi se questi fondamentali passaggi della storia hanno trovato un definitivo caposaldo, se possiamo porre un punto fermo, se la storia ci ha davvero aiutato a mettere in atto una riflessione corretta e definitiva. O se serve compiere qualche altro passo in avanti. Voi che ne dite?
Autore: Quella che prova a farcela
Quattro mesi fa…
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille tanto offuscate, erano le tue.
Eugenio Montale
Care ragazze, cari ragazzi – IX
Estate 1992. Troppo lontana per far parte di voi che nemmeno c’eravate. Ma fondamentale per capire la storia del nostro Paese. Due sono i nomi centrali di quell’estate: Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo 23 maggio 1992), Paolo Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992). L’avete notato l’anno di morte? Lo stesso. A pochi mesi di distanza. E la città di morte: la stessa. Professione? Magistrati, entrambi capofila del team antimafia, tutti e due protagonisti della lotta contro la criminalità organizzata. Ragione della morte: uguale, strage di mafia avvenuta a pochi mesi l’una dall’altra e che ha ucciso anche le rispettive scorte. Non c’è persona che in quell’estate 1992 dopo quegli eventi oggi non ricordi i sentimenti provati quando la notizia gli è arrivata addosso, che non abbia scritte dentro di sé le pagine di quei frammenti storici, che non riviva il sapore di quel dramma. Io avevo vent’anni allora, sabato 23 maggio 1992 ero seduta sul gradino d’entrata del negozio dei miei genitori quando all’improvviso mio fratello che stava vedendo la tv ci disse cosa stava accadendo a Capaci, sul tratto di autostrada che conduce a Palermo. Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta erano stati appena massacrati dalle bombe mafiose; con la mia famiglia siamo corsi per guardare anche noi la diretta di quelle immagini. Domenica 19 luglio 1992 mi raggiunge al telefono la mia amica Federica per farmi sapere che a Palermo in via D’Amelio la stessa sorte è accaduta al giudice Paolo Borsellino: con la scorta era stato ucciso davanti alla casa della mamma. Ancora alla tv con la mia famiglia e mentre guardiamo il tg proviamo tutti la stessa paura di poche settimane prima. Chiedete ai vostri genitori se ricordano dove erano in quei due momenti e senza aspettare troppo riceverete la risposta affermativa. Ieri pomeriggio su Rai Storia ho visto il docufilm Essendo Stato con Roberto Cappuccio che racconta uno spaccato di vita di Paolo Borsellino dove il ricordo di Giovanni Falcone non manca. Cercatelo sul web, ne siete in grado, è un pezzo di storia che non potete perdere, vi arricchirà di sapere e cultura, quella che siete in grado di capire perché siete intelligenti.
Taglio corto e si fa centro
Provato sulla pelle il caldo di questo luglio ben carburato, ho mandato al diavolo la coda con cui stringevo i capelli per sollevarli dalla nuca e li ho tagliati corti, ma proprio corti, da trasformarmi, senza avere rimpianti di sorta sul tema, anzi. Mentre la parrucchiera sforbiciava, tagliava, rasava qua e là ogni tre per due andava a prendere una scopa per pulire a terra e io buttavo giù l’occhio per guardare la mia chioma che se ne andava e mi sentivo sempre meglio, più libera. Era accaduto già in passato un taglio sul genere ma non per mia scelta, piuttosto per quella della tizia a cui mi ero affidata; mentre io a ogni colpo di forbice tentavo di intervenire senza successo per bloccarla, lei mi restituiva una testa orrenda, ahimè. Il risultato fu avvilente, per niente accettabile, anzi no, del tutto disastroso, quindi mi chiusi la porta del negozio dietro le spalle e la simil-pettinatrice non mi vide più. Stavolta invece il taglio replica una mia precisa domanda, ho visto il catalogo di immagini che mi è stato presentato davanti, ho messo il dito sopra una foto che pur ritraeva una donna molto bella e, consapevole di tutti i rischi che forse stavo per correre, ho detto: così lo voglio. Non mi interessava che la bella attrice della foto fosse lontana mille miglia da me e che quindi in serbo avrei potuto raggiungere un probabile esito deludente – io che devo fare anche i conti con attaccature di capelli scomposte che creano sopra la mia testa disordine poco gestibile – oggi sono felice, fresca e libera. Basta davvero poco lo vedi: una chioma troppo voluminosa, secca, lunga e immensa, tagliata al volo con talento per sentirsi davvero salvi. Se poi luglio passasse portandosi via un po’ di caldo io, con i mei capelli corti, un bel re di denari me lo metterei in sacca.
Spritz on the beach
Ieri sera dovevo andare a uno spettacolo di teatro organizzato nel parco dietro casa mia e allestito da Luca – Fizzo il gran Maestro delle migliori notti di Jesolo. Mi aveva riservato un posto un prima fila ma il caldo di questi giorni che assale a legnate i denti della mia cara sclerosi multipla mi ha costretta a dire: scusa, passo la mano, sto a casa con l’aria condizionata. Eccola, nominata di nuovo, Sua Maestà la regina tra le stronze, mi annoio pure io a trovarla sempre in mezzo alle righe che scrivo. Diciamo allora che non sono andata, troppa afa, ma per tutti, mica solo per me, è luglio in fondo, non nevica mi sembra ovvio, resta il fatto che lo devo dire: scusa Fizzo se ti ho creato problemi eri sera. Quando eravamo giovani dove c’era lui a fare festa si correva tutti, quante idee ha messo in campo, quante serate di puro, assoluto, anche un po’ idiota se vogliamo, ma sempre pieno divertimento. Terrazza Mare Teatro Bar era la sua creatura, un locale nato così, forse per caso ma anche no, dietro c’era la sua regia che a me personalmente ha regalato momenti che non posso dimenticare, anche semplici, da giovani è così in fondo ma so che la sera, prima di uscire, non c’era da decidere nulla, dove andare lo si sapeva, l’unica cosa certa era andare lì e poi quello che sarebbe successo lo avremmo scoperto momento dopo momento. Prendi lo spritz per esempio. Qui in Veneto è roba nota da sempre, si dice siano stati gli austriaci a inventarlo quando arrivarono a fine Ottocento, il nostro vino li faceva ubriacare, allora lo allungarono con l’acqua frizzante ma poi il timone tornò in mano a noi e, poco alla volta, al vino venne aggiunto un liquore rosso a bassa gradazione: ecco a voi lo spritz, aperitivo popolare, quello del dopo lavoro, da bere prima di tornare a casa per la cena. Fino all’arrivo del Fizzo che lo trasformò in un aperitivo dedicato a noi ragazzi che salivamo dalla spiaggia, che ci si preparava per la serata e che ai tavoli del Terrazza lo prendevamo mentre si guardava il mare che era lì davanti alle sue finestre. Ieri mattina avevo mandato un wapp a Susanna, amica di quei tempi e con cui ho trascorso un numero imprecisato di serate proprio al Terrazza. Mi aveva scritto nei giorni scorsi, aveva saputo del mio papà e aveva usato delle belle parole per lui. Saranno vent’anni o forse più che non ci si vede, le ragioni? Boh. Le colpe se le addossa tutte lei “Non credo sia questo – le ho detto io – o comunque non lo so, eravamo tanto bambine travolte da eventi potenti o chissà cosa”. E ieri mattina le ho proposto di venire dal Fizzo, mi andava di farlo, lei però non poteva e mi sembrava dispiaciuta, ma alla fine è andata meglio così, io non ci sono andata e allora si sarebbe riaperto un cerchio difficile da far ruotare. Ci sarà altro tempo per questo. Qualunque altra cosa.
Care ragazze, cari ragazzi – VIII
Uno tra i più prestigiosi quotidiani statunitensi, il New York Times, ha eletto l’italiano L’amica geniale di Elena Ferrante il miglior libro del XXI secolo. Si tratta di un grande motivo di orgoglio per il nostro Paese: il romanzo è il primo capitolo della tetralogia (dal greco antico: elaborato artistico composto da quattro volumi) firmato da Elena Ferrante che quando uscì, nel 2011, fu uno dei più letti anche in Italia. Piccolo dettaglio: tutto il mondo letterario si interroga da anni per rintracciare la vera identità della sua autrice (o autore? Potrebbe anche essere così, si dice) perché le vesti di questa ottima penna non sono mai state identificate. Ciò che è sicuro è che il suo successo di vendite, il valore che gli è stato attribuito anche dalla critica letteraria internazionale non è legato al desiderio di scoprire il suo nome ma dalla qualità delle sue pagine. Motivo validissimo, questo, per invitarvi a leggerlo. Va detto comunque che sul valore della lettura in generale io ho convinzioni ben radicate e tutte molto più che positive e cercando opinioni sul tema mi sono imbattuta nelle parole che ha scritto Umberto Eco (a proposito: non perdetevi il suo Il nome della rosa, Premio Strega del 1981) che sono impossibili da non fare proprie: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Ma leggere aggiunge altro ancora, lo penso con tutta me stessa: il senso corretto delle pagine si stende addosso a chi ha il libro in mano, è qui che trova parole nuove che si trasformano in un capitale da conservare dentro la propria cassetta di sicurezza. Leggere, e in quantità, fa diventare ricchi anche perché aiuta a capitalizzare un patrimonio che rende più liberi. Senza saperlo ogni conversazione che mettiamo in campo diventa più ricca perché dotata di un’ampiezza lessicale che potenzia le nostre capacità di esprimere pensieri parlati e scritti. Leggere è piacevole, e non poco, ma è anche utile per renderci persone ben più che adatte ad aprire un dibattito ragionato con gli altri.
Care ragazze, cari ragazzi – VII
Da venerdì 26 luglio a domenica 11 agosto, a Parigi, si svolgeranno i giochi della XXXIV Olimpiade moderna mentre da martedì 25 agosto a domenica 8 settembre, sempre a Parigi, la XVII edizione dei Giochi Paralimpici estivi. Due eventi imperdibili che portano con loro sport di primo livello, spettacolo ed emozione. Le Olimpiadi dell’epoca moderna nascono nel 1896 ad Atene: si tratta del più grande evento sportivo che fa rivivere lo spirito autentico di una gara che mette uno davanti all’altro atleti che appartengono a nazioni diverse e che collocano in campo principi esclusivamente agonistici, del tutto privi di sentimenti di odio né rancore. Ecco a voi il pensiero che il Barone Pierre de Coubertin, pedagogista e storico francese, volle trasferire dall’antichità all’epoca moderna facendosi mentore della prima edizione delle Olimpiadi Moderne. Fu fin da subito un evento sportivo nato per far vivere al pubblico lo spirito di gare che si svolgevano seguendo parametri in cui l’agonismo si manteneva su linee prettamente agonistiche, senza odi né rancori reciproci tra i partecipanti. Lo sport più autentico, insomma, che fa scendere in campo nazioni diverse che giocano sportivamente l’una contro l’altra senza mai comportarsi con disonestà. Ma perché vengono chiamate Olimpiadi Moderne? Si portano addosso un passato dal valore storico? Sì. E allora quando e dove nascono le Olimpiadi? Antica Grecia, addirittura, città di Olimpia, di qui il nome, seguendo un’epoca che va dal 776 a.C. al 393 d.C. Ma attenzione al dettaglio, durante il periodo in cui si tenevano i Giochi antichi tutte le guerre venivano sospese come forma di omaggio all’evento, ai partecipanti. In questa estate 2024 avremmo bisogno proprio di questo, vivere le Olimpiadi con un pensiero fermo che parli di pace, necessaria, assoluta. E siccome i tempi si sono evoluti chiediamola con forza la pace ma non temporanea e solo in relazione ai tempi sportivi. Auguriamoci un percorso diverso che, visto il presente tormentato che stiamo vivendo, possa superare ogni barriera politica delle tante guerre già aperte, le blocchi e non solo per il periodo delle prossime Olimpiadi.
Ma che afa fa
E alla fine il caldo che strema è arrivato. Ma del resto non poteva essere possibile che a luglio non ci gravasse in spalla, perfido e insolente come solo lui sa essere. Lo detesto, quando batte e guerreggia contro il mio sistema nervoso centrale non ne parliamo poi, e con l’indecenza che si porta appresso, per giunta, con quel po’ di sberle in più che planano contro la sclerosi multipla che gli sta appresso, cretina che non è altro. Ma senti un po’ che dico adesso. Torno indietro con le parole: non diamoglielo tutto questo merito alla sm. Perché ci pongo in mezzo un ma che apre una bella discussione su di lei, forse di difesa, addirittura. Infatti, ditemi voi il nome di chi cavolo lo sopporta questo caldo composto semplicemente di afa ferma e decisa: forza, su la mano, sveliamolo come la sm non viaggi seguendo posizioni avanzate rispetto al resto del mondo, se le temperature sono queste fa solo caldo, e per tutti. Infatti mica ho voglia di saltare in orizzontale, dico solo che anche se non hai la sclerosi multipla, se ne sei libero, sei solo più fortunato, ma queste temperature restano indecenti e basta, Prevale la voglia di startene in disparte, al fresco, con abiti leggeri, al sicuro dai guai, certo. E in fondo, ragionandoci, mica voglio assicurarmi tutti vantaggi: non esiste solo la sclerosi multipla tra le malattie, quelle che stremano dico, mica ho vinto chissà quale primato, se stai male stai male e il pacco da portare grava sempre in modo da piegare il collo con un vigore che è difficile da raccontare, anche perché sono troppe quelle che sdraiano a terra in modo immorale. Quindi oggi, per la prima volta, e proprio sotto questo caldo che detesto, mi guardo in giro con serietà e severità e lo dico: la sclerosi multipla non è una passeggiata – in sedia a rotelle, poi! – ma poteva anche andarmi peggio, diciamolo proprio e sotto questa afa. Sperando che Sua Signoria non si offenda e che non voglia farmi vedere di cos’altro è ancora capace.
Parigi/Londra/Liceo Classico
Poche settimane dopo aver aperto questo blog, anni fa, chiesi a Enrico, mio amico ed ex compagno di liceo, di darci un’occhiata, giusto per conoscere il suo parere, per avere un consiglio e per aiutarmi con un’opinione di cui mi sarei certamente fidata. Era estate, mattina, c’era molto caldo, venne a Jesolo per fare colazione insieme nella pasticceria dietro casa mia, ricordo che, presi dalla discussione, cambiammo molti tavoli per rintracciare l’ombra che si spostava con il passare delle ore. Era sottointeso il tema del blog: l’ospite mai voluta che mi si era calata addosso e che si chiamava sclerosi multipla. Lui che a casa aveva già letto tutto me ne parlava con una sostanziale approvazione fino quando fece considerazioni su quei post che divagavano dall’argomento centrale toccando invece ragioni che comprendevano anche temi politici e opinioni personali sul tema. “Non sono né richieste, né interessanti – mi disse – soprattutto rispetto alla tua ospite; non è certo piacevole sapere come si fa spazio dentro te ma è rilevante sentire come affronti il disordine che ti provoca”. Ci ragionai, approvai il suo consiglio e le mie considerazioni personali di tema politico sparirono. Fino a ieri sera con lo scrutinio finale delle elezioni politiche in Francia, quello che ho sentito, quello che ho letto. Non esprimo giudizi in merito ma una considerazione mi viene. I voti che hanno sostenuto portando alla vittoria Mèlenchon con il Fronte Popolare e al secondo posto Macron sono arrivati in gran parte dalla capitale Parigi, Le Pen e Bardella avrebbero conquistato il resto del Paese. Lo stesso meccanismo che ha portato il Regno Unito alla Brexit: me lo ha raccontato Donatella, compagna di banco al liceo, che oggi vive a Londra e che all’indomani del risultato del referendum del 2016 era sbalordita dall’esito, lei e i suoi amici londinesi mai avrebbero previsto questo esito tanto che in molti non erano nemmeno andati a votare sicuri che il Paese mai avrebbe accolto una tale proposta. Ieri ho scambiato un sacco di wapp con Marina – sempre il liceo! – e alle 19.10 circa ci siamo scritte: “Fatta, ma che strizza!”. Enrico, basta politica, promesso, ma stavolta serviva per dire che senza informazione, studio e preparazione si va dentro il pericolo. E non a caso in questo post, il nostro liceo è salito alla ribalta, come una capitale.
Gli occhiali che non sono d’oro
Sono arrivati gli occhiali nuovi, con la lente calibrata sul difetto ultimo venuto, quello che ha colpito quel balengo di occhio destro: quello da cui era partito il primo segnale di sclerosi multipla, quello da cui è venuta anche la cornea difettosa e, in omaggio, l’opacizzazione della cataratta, tanto per gradire. Il risultato è stato che per un bel po’ di tempo ho visto molto più che male, da lontano, da vicino, da un lato e via discorrendo. Da ieri ce li ho gli occhiali, belli che nuovi, oddio belli, ma che mi importa, serve solo che ci veda meglio perché da lontano, più che da vicino, il difetto c’era e con tratti molto netti. Appena indossati la testa girava, causa lenti progressive mi è stato detto, anche se le conoscevo già perché le portavo anche prima ma, evidentemente, ora la gradazione è maggiore e la differenza si è fatta sentire subito. Se può interessare vedo meglio da lontano, per leggere invece devo trovare la spigolatura corretta, non mi piace troppo come approccio alla pagina scritta ma va da sé, che se questo dovrò fare così si farà. Resta il fatto che da ieri un capitolo spinoso l’ho chiuso, mica roba da niente. La montatura invece, che dall’ottico mi era piaciuta un sacco fino a farmela scegliere subito, mi ha molto delusa invece: lenti troppo grandi e contornate da un supporto nero anziché blu come mi era sembrato, dal disegno troppo leggero nell’insieme, io, infatti, l’avrei preferito più spesso e tondeggiate anziché rettangolare. Per una cifra tutt’altro che modica però ho portato a casa anche due lenti che ripararono dal sole per non farmi accecare quando me ne esco di casa. Vabbè dài, da qualche parte il senso migliore delle cose va pur rintracciato .