La bella penna di Grazia per Jesolo

Quando andavo al liceo avevo una compagna di classe, Grazia, tra le più brave a scrivere e a parlare. Mi piaceva la forma espressiva che utilizzava, lineare, asciutta e sempre diretta mai persa verso direzioni inutilmente solenni. Con un solo aggettivo, quello ben assestato, raggiugeva il risultato per una comprensione molto più che corretta. La ammiravo molto, era un piacere sentirla parlare. Ieri su un social l’ho letta – e riletta – mentre faceva la sua descrizione della mia Jesolo e non ho potuto che tornare a stimarla.

«Dove concludere l’estate 2024 se non a Jesolo? Jesolo, dove gli anni Ottanta in fondo non sono mai finiti, dove anche i vecchi sono sempre giovani, e ogni desiderio freme per diventare realtà. Di giorno, di notte, Jesolo è divertimento che si offre a tutti, grandi e bambini, popolare e borghese, spensierata e serissima, moderna e mai uguale a sé stessa, è la città che tutti criticano e che tutti vogliono. Tutti si vantano di andare altrove e tutti vengono qui. “Io solo piazza Brescia” “Ma va, vuoi mettere quanto tranquilla è piazza Milano?”. Jesolo, la più veneta di tutte perché più di ogni altra ne incarna lo spirito: l’amore sfrenato per la ricchezza e per il bel vivere del quale andare orgogliosamente fieri senza tante ipocrisie. Non c’è il mare della Sardegna? Non c’è l’eleganza della Versilia? Come ogni donna di carattere Jesolo non ha mai voluto assomigliare alle altre, lei è sempre stata unica, e lo sa. Jesolo è l’unico luogo dove mi sento in vacanza e a casa allo stesso tempo. Sensazione dolcissima, e la amo per questo».

Ieri questo post l’ho letto e riletto, con piacere crescente, ho riconosciuto la bella penna di Grazia dedicata alla mia città pensando pure che le sue righe potrebbero diventare una pagina di presentazione per il litorale magari da spendere su qualche brochure di Jesolo finemente riuscita.

Care ragazze, cari ragazzi – XV

Jannik Sinner. E potrei finire qui. Un bel punto a capo e arrivederci alla prossima settimana. Tanto il nome di questo giovane tennista italiano è noto a tutti voi che credo siate suoi tifosi per quello che sa esprimere su un campo da gioco con una racchetta in mano. Ha poco più della vostra età ed è il numero uno al mondo nella classifica ATP di tennis maschile; pochi giorni fa ha vinto gli US Open, il secondo torneo Slam guadagnato in questa stagione. Mica roba da poco, un successo atletico noto anche a chi di tennis non capisce molto: tipo me. Ma come valore aggiunto c’è anche il suo modo di comportarsi, le parole che sa dire, come si muove sul campo da gioco ma anche fuori che è proprio quello che personalmente mi ha conquistata e che spero abbia fatto anche con voi. Perché Sinner mostra passo dopo passo un’intelligenza che viaggia su percorsi che non lasciano mai indifferenti. Alla fine del match vinto a New York, con il trofeo appena ricevuto, ha dedicato le sue parole, quasi sussurrando, alla zia con la quale è cresciuto e che ora sta molto male. Un abbraccio da lontano pieno di significati, tutti da rispettare. Sinner è un vero campione, sta vincendo a mani basse tornei di tennis molto importanti, il suo segreto secondo i veri esperti è che si allena molto, non perde tempo in sciocchezze ma sa prendere atto con criterio e regola anche degli errori fatti. Quello che vorrei sottolineare è che Sinner, campione di uno sport molto ricco, dà spazio a dettagli mai secondari: durante una partita di tennis di qualche tempo fa, per esempio, il gioco venne interrotto a causa di una pioggia battente. I due sfidanti furono fatti sedere sulle loro panche a bordo campo mentre i giovani raccattapalle li coprivano con un ombrello aperto solo su di loro. Sinner fece spazio accanto a sé anche al giovane ragazzo che lo proteggeva dall’acqua e che entusiasta cominciò a chiacchierare con il tennista numero uno al mondo. Un gesto quello di Sinner che mi ha conquistata per la gentilezza che ha manifestato, la grande disponibilità e un’educazione non certo comune. Sono qualità non da poco che il nostro campione mette in atto insieme al suo gran gioco. Forza Jannik, da parte di tutti noi!

La stagione di Jesolo

Stamattina mi sono svegliata mentre da fuori sentivo il rumore di una pioggia battente che una volta aperte le finestre ha fatto entrare un piccolo brivido fresco. “Finita la stagione” ho pensato tra me e me, non senza quel senso di soddisfazione che, arrivato settembre, provo fin da quando ero giovane. La stagione estiva di Jesolo è quel carburante economico che coinvolge tutti, imprenditori più o meno ben collocati sulla scala sociale ma anche forza lavoro che dentro questo meccanismo trova posto per avere occupazione certa d’estate e contributi economici forniti dallo Stato d’inverno. Un quadrimestre di lavoro, giorno più giorno meno, che all’arrivo di settembre fa sentire un suo certo sapore di leggera libertà. Anche a me che da qualche anno non sono più coinvolta dalle sue traiettorie di impiego. Ma mentre sto scrivendo sta già uscendo il sole, fa ancora fresco certo, di sicuro no afa, eppure niente mi mette più di cattivo umore di una giornata che nasce con il cielo grigio e poi si apre seguendo un sole che scalda l’aria, Non è finita la stagione allora? E chi lo sa. Quest’anno però, se a Jesolo si parla un po’ in giro con gli imprenditori o i lavoratori coinvolti nella stagione, pure se soffocati da un caldo dai tratti innaturali, tutti esprimono il desiderio di prolungarla: i tempi sono cambiati fanno capire, le certezze ben radicatequelle che nei decenni hanno permesso al litorale di germogliare con fiori brillanti, si sono fatte più complesse. La conseguenza è che persiste la volontà di mantenere la cassa ancora aperta, così come quella di non mettere subito da parte il grembiule del lavoro, una risolutezza rafforzata da quegli sguardi sul domani che qualche incognita la intravedono. E siccome sono jesolana, e dal momento che i miei genitori hanno faticato tanto con la “stagione” e poi perché proprio grazie a lei mi hanno dato tutte le possibilità di cui ho potuto godere, questo sole che dopo la pioggia sta uscendo non lo mando al diavolo come al solito. Lo dedico anzi a chi proprio così può prolungare la sua “stagione”.

Care ragazze, cari ragazzi -XIV

Parlavo con un amico l’altro giorno. Ha un’officina e mi diceva che ha molta difficoltà nel trovare personale, mi piacerebbe lavorare con giovani ha aggiunto, ragazzi disposti a imparare una professione molto richiesta dal mercato. Di questo passo, ha continuato, molte attività finiranno per scomparire pur essendo rilevanti oltre che necessarie. Ho pensato molto alle sue parole e mi siete venuti in mente voi, alle potenzialità che avete in mano per crescere in questa epoca. Meccanici, idraulici, carrozzieri, calzolai, così come sarte, parrucchiere, modelliste, fioriste e altro sono scelte lavorative che vengono accantonate sempre più dalla lista dei vostri desideri pur essendo molto ricercate dal mercato del lavoro odierno. Secondo le parole del mio amico, in linea con la sua esperienza, manca proprio la manodopera giovane che evidentemente ha altre aspirazioni col risultato che ben presto ci saranno sempre meno operai qualificati per svolgere lavori manuali che richiedono una preparazione specifica che non limita l’intervento di testa e cervello. Siamo nel pieno di una svolta del mercato del lavoro che parla a voi e vi guarda in prima persona. Fare l’artigiano è un’occupazione dai tratti troppo modesti secondo voi? Ve lo chiedo perché non so darmi una risposta, cosa avete da dirmi? Certi lavori non li scegliete per questa ragione? Credo in voi so che la risposta non è questa ma sottolineo lo stesso la mia opinione: nessuna occupazione vi farà sembrare umili se la farete bene. Anzi, aggiungo che piuttosto di spendere anni e anni inutilmente a inseguire il mito di professioni che solo all’apparenza sembrano illustri è molto meglio raggiungere in breve tempo un obiettivo disegnato attorno al vostro autentico talento. Io credo molto nell’istruzione scolastica, al diploma di scuola superiore è doveroso arrivare ne sono convinta ma non è necessario iscriversi al liceo se non lo si considera la propria strada. Esistono infatti molti istituti professionali che forniscono le carte in regola per affrontare una strada lavorativa che ben si attaglia ai vostri talenti, di certo brillanti e di sicuro soddisfacenti. Pensateci, il vostro futuro merita di essere scritto con grande attenzione.

Care ragazze, cari ragazzi – XIII

A me piace molto la lingua italiana, quella scritta e quella parlata. Trovo bello leggerla ma anche ascoltarla perché di fronte alle persone che la parlano correttamente provo molta ammirazione e voglia di salire a un livello più alto. Certo mi direte, però nell’epoca dell’oggi non vanno tralasciate le lingue straniere, e figuriamoci se vi contraddico, soprattutto per voi che siete giovani e nello spazio di pochi anni comincerete a viaggiare e spesso a vivere altrove per studio o addirittura per lavoro. Ma la lingua italiana resta la vostra, un autentico patrimonio che va coltivato. Butto lì il titolo di un romanzo: I promessi sposi. Sì proprio Alessandro Manzoni, parto dall’alto quindi ma vi prego adesso non mettete da parte il nostro giornale perché ho messo in mezzo a queste righe un testo che probabilmente sbuffando dovete studiare a scuola e che quindi associate a fatica, interrogazioni e magari anche a qualche brutto voto. Il fatto è che la lingua italiana, quella che raggiunge vette di perfezione assoluta, quella che trascina il lettore dentro pagine immense, in mezzo a coordinate linguistiche emozionanti e avvincenti parte da queste pagine. Non lo so se i programmi scolastici delle scuole superiori di oggi comprendano ancora la lettura de I promessi sposi, se così non fosse sarebbe un vero peccato. Però, c’è un però. Perché non la affrontate voi da soli questa lettura. Non soffiate di noia adesso, ve lo chiedo per favore, come una vecchia maestrina: entrate in una libreria oppure fatevi consigliare dai vostri insegnanti di italiano e acquistatene una copia con un bel apparato di note che vi può correre in aiuto di fronte a certi passaggi un po’ impegnativi, e via che si legge. Partendo dalle prime pagine che sono un pezzo di storia letteraria che fa venire i brividi sulla pelle per quanto sono belle. Non vi annoierete ragazzi, ve lo assicuro, e poi oltre alla trama – che è ricca e avvincente – scoprirete alcune cose: quanto è bella la lingua italiana quando raggiunge certe perle di eccellenza, come miglioreranno i vostri voti di italiano scritto e come comincerete a leggere su vostra iniziativa altri libri perché il bello chiama il bello. Vi sembra poco? E poi è proprio da qui che si imparano anche le lingue straniere perché diventa più facile farlo se conoscete bene la vostra. Ricordate una cosa però: le lingue estere che imparerete saranno indispensabili nella vita futura ma non certo di più della vostra.

In prima pagina

Quel dolore furioso alla schiena che da un paio di giorni mi porto appresso ha il nome di quest’afa maledetta che non accenna a voler finire. Aria condizionata che gira senza tregua e che quando non c’è mi porta a cercare quello spiffero che da qualche parte prende quota alla meglio mi tentano sempre piu per fare fronte alle temperature cocenti di questo Ferragosto eterno. E così insieme hanno fatto bingo,  il risultato da un paio di giorni me lo sento disegnato addosso con un dolore alla schiena mai provato prima, quanto meno non con questi toni. Io e il caldo abbiamo un rapporto fatto di tempi stabiliti a inizio estate, come tutti forse, ma io mi sento in dovere di mettermi in cima alla piramide del lamento, che vi piaccia o meno. Qualche settimana gliela concedo: afa, temperature indegne, sfacciataggine nei modi possono anche esistere, “è estate mi ripeto, che vuoi pretendere”. Ma se si va troppo oltre alzo la testa in segno di protesta e tutto mi va sulle scatole, e parto con lamenti fastidiosi anche a me stessa. In pratica, facendo un bilancio, l’estate deve conoscere le regole, se non le rispetta diventa un documento mal scritto. Ché poi io vivo a Jesolo, e qui è il caldo a definire i principi della sua economia “lascia che lavorino dico, va bene così” anche se vorrei la neve, i cucuzzoli delle montagne, quelle di Heidi. Ma dopo il corretto spazio di settimane che concedo non ce la faccio, come tutti credo, ma io con il mio solito egoismo avanzo denunce che guidano, ovvio, alla sclerosi multipla capace con questo caldo di saltare sulla sedia – anche se non ne è fisicamente capace – buttandomi a terra, di fisico, di spirito, di umore.  Vedo i tg poi, fa caldo in tutta Italia ti dicono “e grazie per la precisazione informativa aggiungo” e via con quelle immagini che sono le stesse da sempre: un lui che si bagna la testa sotto una fontanella trovata in una città che chissà quale è, una lei mentre si mangia un gelato mega che di rifrancante pare avere poco, un gruppo che bivacca sulla spiaggia sotto un sole che, santo cielo, deve essere quello delle 12.00 tanto per chiarire il valore di queste informazioni. Subito dopo arrivano i consigli degli esperti che ti dicono di bere tanta acqua, mangiare frutta, uscire nelle ore più fresche, utile da sapere, grazie, lo ignoravo. E per il mio mal di schiena, cari giornalisti, qualche consiglio autorevole da mettere in prima pagina me lo date?

Care ragazze, cari ragazzi -XII

Nello lo scorso numero del nostro Giornale del Litorale Don Lucio ha firmato un articolo molto interessante che parlava dell’importante necessità di una completa integrazione culturale per le popolazioni straniere che vivono e lavorano a Jesolo. La loro presenza tra noi è diventata un caposaldo fondamentale attraverso la condivisione di vita e lavoro con la conseguente esplicita necessità di una reciproca conoscenza culturale. E da questi presupposti arriva, come ha scritto Don Lucio, l’organizzazione di corsi di lingua italiana rivolti ai tanti cittadini residenti nel nostro Comune ma originari da paesi diversi – molto spesso dal Sud Est asiatico, Cina, Giappone, Est Europa – che a Jesolo vivono e lavorano producendo e collaborando a reciproco beneficio. Mi ha colpita molto questa iniziativa, l’ho trovata non solo utile ma anche moderna perché in linea con la più utile e necessaria integrazione dell’oggi. Poi mi siete venuti in mente voi: tutto questo corrisponde a quello che voi ragazzi fate a scuola attraverso lo studio che vi permette di crescere diventando adulti in grado di muorvervi con intelligenza. E questo avviane solo nella consapevolezza che è necessario condividere fino in fondo il vantaggio del sapere. Ecco perché si studia. Ci avete mai pensato a cosa serve essere preparati nei confronti del mondo che vi sta attorno? Serve per guardarlo con occhi vigli e osservare com’è e come sta cambiando soprattutto in questa epoca intensa, quella in cui state vivendo e crescendo. Non fate l’errore di mollare la presa perché chi siete lo state maturando adesso. Assecondate pure le vostre passioni, ma mi piace aggiungere che non serve seguire percorsi che non vi appartengono, crescere vuol dire dare il meglio di sé in linea con i traguardi che desiderate raggiungere. E in questo la scuola è fondamentale, seguitela, arrivate al diploma che è assolutamente necessario, e poi fatto questo passo scegliete i caratteri di un lavoro da mettere in atto bene. Per questo l’articolo di Don Lucio mi è piaciuto molto perché si rivolge a quei residenti che a Jesolo lavorano pur arrivando da lontano, si impegnano desiderando migliorare sé stessi a beneficio delle loro vite. Il principio per voi è lo stesso: studiare per crescere e arricchire il vostro il futuro all’interno di una comunità che sa condividere con voi gli stessi principi.

Il primo compleanno da soli, senza te

Fra una decina di giorni mamma compirà gli anni, il suo primo compleanno senza papà, e non so cosa aspettarmi, da parte sua, mia e di tutti noi. Perché nella mia famiglia i compleanni sono sempre stati una festa per tutti e quattro, piccoli regali, qualche dolcetto, niente di straordinario ma comunque un giorno da mettere in prima fila rispetto agli altri. La prima a compiere gli anni senza papà è proprio mamma. Lei. La più debole fra noi per ragioni che non è possibile mettere per iscritto. Da un bel po’ di anni l’unica in famiglia a ricevere regali per il proprio compleanno sono io, e pure bellissimi, circondata come sono da un affetto immeritato, protetta da un abbraccio che mi scalda il cuore e che, ogni primo gennaio, davanti a quel pacchetto sempre più prezioso e brillante piange per ringraziare. Ma il prossimo 19 agosto si festeggia mamma, e siamo solo noi tre. Mancherà proprio lui, papà, che come regalo per mia mamma andava sempre in fioreria per farle recapitare a casa, dopo decenni di matrimonio, il suo personale omaggio che arrivava dopo uno squillo del campanello. E mentre il fiorista saliva in casa e mamma riceveva il suo omaggio si metteva in moto sempre lo stesso siparietto: papà stava dietro a una colonna mentre ascoltava le sue parole. Se erano fiori mamma che diceva “Ho pochi vasi e poi moriranno subito”, mentre se era una pianta “Non so dove metterla, ne ho davvero troppe!”, e poi si scambiano quel sorriso complice non prima che papà la guardasse e le dicesse “Passami tutto che ti aiuto io”. E quest’anno invece niente e lei starà male e io mi preparo al peggio, per tutti noi che sentiremo quel vuoto che vibra tutti i giorni. Ne ho parlato con Luca ieri sera e mi ha detto che ha già pensato a tutto: andremo fuori a cena quella sera, stai tranquilla mi ha detto, ce la faremo. Io mi fido di lui.

Le tre C del caffè

Anni fa – stavo un po’ meglio di salute rispetto ad oggi – la domenica mattina insieme ai miei genitori si andava sempre in spiaggia: ombrellone prenotato, tre lettini a nostra disposizione, arietta fresca per darci il benvenuto, un bel libro in mano per me, il Gazzettino per papà, Le Settimana Enigmistica per mamma. Un ottimo programma che, verso metà mattina, si interrompeva per la pausa caffè, imperdibile e tanto attesa anche perché portava con sé una brioche per una seconda colazione gradita da tutti e tre. Quando si va al mare con una certa abitudine è semplice stringere legami con i vicini di ombrellone, soprattutto se sono sempre gli stessi, e così dal normale “buongiorno” dell’inizio è facile passare allo scambio di quattro chiacchiere che poco alla volta diventano molto piacevoli e pure attese. Quell’anno i nostri vicini erano una coppia di signori napoletani che oltre a essere molto cortesi avevano intuito – senza fare nessuna domanda – la vera natura del mio problema aiutandomi e non poco per giunta. A metà mattina, ogni domenica si andava tutti e cinque al chiosco dove io e mia mamma ordinavamo il nostro solito “caffè macchiato caldo”. Passò poco tempo fino a quando la signora ci chiese se avessimo mai sentito parlare delle tre C del caffè napoletano, scuotemmo la testa incuriosite, lei proseguì e con estrema gentilezza ce le spiegò. Il caffè che segue i canoni napoletani fa capo a tre C: deve essere Caldo, Corto, Comodo. E quindi va consumato bollente mentre sprigiona i suoi autentici profumi, in tazza piccola per assaporarne subito il gusto intenso e carico e poi va preso da seduti, facendo una chiacchierata in compagnia anche meglio, a discapito di altro perché il suo piacere va oltre a tutto il resto. Non ho mai dimenticato la lezione delle tre C, anche se continuo a prendere il mio macchiato caldo, ricordo molto bene quelle parole. Infatti  io lo bevo sempre comoda. Da seduta. E ora ti devo anche ringraziare Sclerosi Multipla dei miei stivali? Guarda, bella stronza, che con il mio “macchiato caldo” mi sarei seduta anche da sola se lo vuoi proprio sapere.

Care ragazze, cari ragazzi – XI

E sicché è arrivato Ferragosto e tradotto in termini pratici significa che le giornate cominciano a farsi più brevi, che le temperature – e questo credo sia un piacere che vale per tutti – diventano meno soffocanti, ma pure che in un batter d’occhio dietro l’angolo spunterà settembre. Non sto celebrando la fine dell’estate, sia mai, vorrei solo parlare di ciò che si porta appresso questo mese rivolgendo le mie parole in particolare a quei ragazzi che tra poche settimane cominceranno una nuova avventura della loro vita: la scuola superiore di secondo grado. Come vi invidio! Perché? Presto detto: si stanno aprendo davanti a voi cinque anni scolastici che corrispondono a una pagina piena di novità, ricca di incontri importanti, cose da imparare sempre diverse e fondamentali, cariche di spunti inediti e ancora mai conosciuti. E poi amicizie che vi resteranno accanto a lungo, per sempre mi sembra il termine più corretto da usare. State uscendo da casa, e da soli, e per imparare ma anche per conoscere nuove persone. E attenzione, non certo gente qualunque ma amici veri che anno dopo anno cresceranno con voi e sarà bello così. Non credo di essere stata più fortunata di altri, credo valga per tutti questo principio, o magari serve solo il desiderio di allacciare legami sinceri, non per abbandonare quelli che già si hanno ma per stringerne ancora e anzi creare ambiti più grandi, spazi dove includerne diversi. Io ricordo ancora il primo giorno di liceo, ma oltre all’entrata in classe e all’incontro coi miei nuovi compagni di studio, non posso non ricordare quanto è accaduto poco prima. Siamo io e una ragazza, all’epoca ci si concoceva solo di vista, dobbiamo salire sull’autobus che ci porta a San Donà di Piave, io per andare al classico lei allo scientifico, ma siamo visibilmente imbranate e molto emozionate e sbagliamo mezzo, su quello in cui saliamo si va in piazza Mazzini, ce lo dice una signora quasi per caso e noi scendiamo di fretta e correndo arriviamo al capolinea e riusciamo a prendere al volo quello giusto, quello che ci deve portare a scuola, ma ovviamente in ritardo, per fortuna arriviamo in tempo prima della campanella. Durante il viaggio siamo in ansia, non ci scambiamo una parola, ma quante risate negli anni ricordando quella mattina, quel primo giorno di liceo che ci ha fatto conoscere trasformandoci in vere amiche. Ecco cosa vi auguro: un ottimo anno scolastico, tante cose da imparare e il valore più autentico che sa dare l’amicizia. Anche quello di ricordare, a trent’anni di distanza, un autobus sbagliato e quel valore di amicizia che per fortuna ha trasportato con sé.